Alessitimia: tu chiamale (se puoi) emozioni

Tutte le cose sono piene di déi”
Talete di Mileto

In un recente articolo intitolato “Perché l’anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà” Massimo Recalcati parla di alessitimia: un disturbo che questo autore definisce come “un congelamento affettivo della vita umana”. Vi basta cliccare sul titolo per leggere l’acuta riflessione di Recalcati che a me serve qui come spunto per un’amplificazione sul dentro e sul fuori e su quel confine del tutto arbitrario che noi tutti siamo abituati a mettere: la demarcazione fra esterno e intimo e fra profondo e superficiale.

Il termine alessitimia significa, letteralmente, non avere le parole per le emozioni e si riferisce all’incapacità di certi individui di riconoscere e di descrivere i propri stati emotivi e quelli degli altri.

Non si può dire che un alessitimico non provi emozioni ma piuttosto che, non riconoscendole, sperimenti qualcosa di confuso, una sensazione più simile ad un dolore fisico che ad uno stato d’animo.

Quando identifichiamo ciò che stiamo provando, quando diamo un nome a qualcosa che accade dentro riuscendo a distinguere la rabbia dalla paura o dal disgusto, compiamo un gesto che serve a contenere e, in un certo senso, a possedere invece di essere posseduti: se so di che emozione si tratta posso agirla, posso provare a trattenerla o posso trovare un antidoto che sia adatto a stemperarla o a ritardarne gli effetti.

La stessa parola thymos (emozione, desiderio o impulso interno) rimanda all’interiorità e all’intimo: ciò che è profondo, che sta dentro e che mi muove, spingendomi verso o allontanandomi da qualcosa che, in quel momento, acquisisce una tonalità emotiva: spaventoso, brutto, odioso, irritante o desiderabile, piacevole, bello… Il dentro e il fuori e nel mezzo, quel primo filtro che già differenzia le cose rendendole appetibili o da evitare.

Il contrario dell’indifferenza, insomma, e dell’anestesia, anche. Se ascolto le mie emozioni posso trarre un primo giudizio: posso rispondere perché sento o non-rispondere perché, dopo aver sentito (solo dopo), posso decidere che, no, posticipo, trattengo, cambio perché… posso essere paziente o strategico o politico o… ragionante, compassionevole, ecc.

Posso dosare la forza per relazionarmi (nel relazionarmi) solo se ho, prima, sentito cosa farei d’impulso. Ma per farlo devo, come dicevo in un post di un po’ di tempo fa, “sapere che le emozioni sono innocue”. Naturalmente le emozioni NON sono innocue ma, se curo la mia alessitimia, posso guidarle un po’ e contenerle, accompagnarle, sintonizzarmi con la loro forza, incanalarle.

Si racconta che, alla fondazione di Atene, i cittadini, di fronte al prodigio dell’apparizione di una fonte di acqua salmastra e di un ramoscello di ulivo, dovessero scegliere se consacrare la città a Poseidone, il dio del mare o ad Atena: “Con un solo voto di scarto , il popolo scelse l’ulivo di Atena, così necessario al processo di incivilimento per il suo olio utile alla cottura dei cibi, per l’illuminazione, per la cura delle malattie; eppure non fu una scelta ovvia, a fronte dei flutti impetuosi, delle inondazioni improvvise e della fascinosa distesa del mare di cui Poseidone era il signore. Il conflitto fra le due divinità riguardava anche il dono del cavallo: l’animale era sacro a Poseidone, ma le briglie per guidarlo erano un dono di Atena. L’intera Odissea può essere interpretata come una lotta tra i due déi intorno al destino di Ulisse.” (Hillman 2005).

Senza il cavallo le briglie sarebbero un oggetto completamente inutile; la potenza del mare non è mai davvero soggiogabile. Ma se si trova un modo di rapportarsi con queste forze, se si è in grado di acquisire l’arte (techné) che ci permetta di far fronte a queste potenze, allora questi “mostri” possono diventare degli alleati. Allo stesso modo le emozioni sono una risorsa per chi può coglierne la forza, la spinta propulsiva, ma diventano dei mostri per chi non riconoscendole non può che evitarle negandole e ritrovandole, poco dopo, come sintomi: oscuri movimenti interni ingombranti e non comunicabili.

E ha ragione Recalcati quando sostiene che uno dei miti del nostro tempo, quello del principio di prestazione, non fa che favorire una sorta di alessitimia collettiva: se quel che conta è il risultato è “… meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni […] Il dominio del principio di prestazione sembra non conoscere più argini; la normalizzazione della vita stritola il pensiero critico e le possibilità del nostro futuro.”

Se lo scopo è quello di diventare efficiente e di non perdere l’occasione di essere come gli altri (produttivo come loro, adeguato allo standard, non contestabile perché ho svolto il mio lavoro/fatto il mio dovere) il primo ostacolo da eliminare è proprio il filtro delle emozioni: se non provo niente il dentro scompare e non devo fare i conti con quello che sento. E se il dentro scompare posso muovermi come una macchina senza chiedermi cosa provano gli altri che posso considerare macchine quanto me. La strada verso l’Alessitimia passa allora dall’Isotimia: il bisogno di essere come gli altri, l’ingiunzione che consiglia di adeguarsi e di sviluppare un falso-Sè superficiale e ben inserito, magari anche “ironico”, bravo a far notare quanto, in fondo, siamo tutti uguali, piccoli, ridicoli.

Pensare che già Talete aveva suggerito una cura per tutto questo. Tutte le cose sono piene di déi; vanno considerate le cornici che contengono i nostri sentimenti: cosa c’è di sacro nella mia collera, e nel timore, nell’ansia, nel desiderio? come posso scorgere cosa anima le cose che mi circondano, cosa le rende belle o brutte ai miei occhi?

E’ una cura che invita a non negare le differenze, ad evitare la tentazione di pensare che il mondo sia là fuori e che non ci sia altro da scoprire se non i modi corretti per rapportarsi ad esso.

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