La “capacità di esistere”

L’obbedienza comporta un senso di inutilità
per l’individuo ed è associata all’idea che
nulla abbia importanza e che la vita
non meriti di essere vissuta”
D.Winnicott

Quando certi psicoanalisti parlano di seno stanno compiendo un’operazione linguistica che sostituisce la parte al tutto. Tentano con questa metafora di descrivere il mondo come si suppone il bambino faccia, scambiando, cioè, una funzione che ha a che fare con la soddisfazione dei propri bisogni con la persona che questa funzione la svolge.
La mamma è buona o cattiva a seconda di quanto viene incontro ai miei desideri e di quanto è pronta ad esaudirli. Un “seno” buono o cattivo diventa così una descrizione di uno stato d’animo: se avevo bisogno e sono stato sfamato/soddisfatto/consolato, se si è verificata quella simbiosi che annulla la tensione e procura piacere, classifico l’esperienza come buona, se, al contrario, sono ancora affamato/frustrato/sconsolato, se nessuno è venuto veramente in mio soccorso, l’esperienza è cattiva, sgradevole, traumatica.

Non pensiate che il bambino faccia un ragionamento su questo sequenza semplificata: siamo nel campo delle sensazioni e queste “pensate” vanno a finire in quella che si chiama memoria implicita e “… la memoria implicita è quella che usiamo quando impariamo ad andare in bici o a gettare una palla. Non dobbiamo sforzarci di registrare nulla quando la utilizziamo, è semplicemente lì nei nostri corpi, pronta da usare. Questo tipo di memoria è controllato da una parte profonda del cervello, lontano dai centri superiori, responsabili del pensiero concettuale e della consapevolezza.”(M.Epstein).

Questa registrazione profonda è in un certo senso molto più primitiva di quella che facciamo con la cosiddetta memoria esplicita: quella narrativa che mette le esperienze in sequenza e che cerca di ordinare i dati in base ad un senso o ad una storia.

Lì, in profondità, le cose sono raccolte in un modo diverso, in quell’area restiamo sempre dei bambini e certe suggestioni, certi legami fra le cose, alcune “relazioni pericolose” fra soggetto e oggetto e fra causa ed effetto rimangono così come sono entrate; lì le cose sono buone o cattive, poco sfumate e… pronte all’uso: la memoria implicita preferisce agire e non è un caso che capiti, anche da adulti, di leggere il mondo come se si potesse stabilire ogni volta la bontà o la cattiveria di un gesto, di un’azione, di atteggiamento.
Questo tipo di lettura è quella che porta direttamente all’azione ed è naturale che sia così, è naturale che le memorie implicite siano pronte a reagire: c’è poco tempo per pensare quando occorre schivare un colpo o quando si tratta di scappare o di attaccare. I guai arrivano quando l’implicito prende il sopravvento sull’esplicito in contesti in cui invece di reagire sarebbe il caso riflettere e in frangenti in cui sarebbe meglio essere invece di fare!

Chi fa il mio lavoro deve a Winnicott una delle più convincenti spiegazioni sull’inutilità di dare consigli. Quando diamo un consiglio se non veniamo ascoltati abbiamo buttato tempo ed energia fingendo, per di più, di sapere cosa era “giusto fare”, se veniamo ascoltati otteniamo l’effetto di aver ridotto un paziente adulto ad un bambino obbediente. La capacità di essere che, sempre Winnicott, identificava con il femminile che c’è in ognuno di noi, ricorda e tiene presente ed evita di agire-fuori (acting-out).
Spesso le persone non capiscono che le emozioni sono innocue: non serve che io scappi ogni volta che ho paura, né che io attacchi quando sono arrabbiato, non occorre una pronta reazione per raddrizzare un torto non appena lo ricevo o un occhio per occhio dente per dente fulminante prima di essermi tolto il bruscolino che spesso nell’occhio ci è finito da solo.

Non saranno le emozioni ad ucciderci ma le reazioni che noi stessi mettiamo in campo non appena agiamo sotto l’effetto dell’impulso di ciò che abbiamo sentito.

La capacità di esistere che il bambino deve apprendere dalle figure che si prendono cura di lui è connessa più alla capacità di dare significato alle sensazioni che alla prontezza di reazione. In questo senso il “maschile” (sia che sia incarnato da un uomo che da una donna) è alessitimico: non è cioè in grado di stare con le emozioni e di capirle perché è troppo preso dalla difesa dei confini, troppo attento a non soccombere.
“Anche dopo la crescita dell’Ego e l’emergere del Sé, questa ‘capacità di esistere’ è cruciale. Se è presente favorisce la nascita di un Ego fluido, che si lascia andare a esperienze corroboranti, cede il passo all’impulso creativo, prorompe in manifestazioni spontanee di gioia. Se non c’è, l’Ego assume una natura più ‘maschile’: si affida all’azione, adotta un approccio più rigido alla vita quotidiana e un rapporto più complicato con il Sé. Lo studio dell’elemento femminile, puro, distillato, incontaminato ci porta a essere, unica base per la scoperta di sé e per costruire il senso della propria esistenza e, successivamente, per la capacità di sviluppare un elemento interno, di diventare un contenitore.” (M.Epstein)

Maschile e femminile sono, qui, delle metafore. Ci sono uomini molto contenitivi e riflessivi e donne impulsive e iper-attive e il distinguere fra ricettivo o penetrante non è che uno strumento per aiutarci a riflettere su delle disposizioni interne, dei modi di modellare la nostra psiche che diventano poi delle abitudini relazionali e dei modi più o meno automatici di stare al mondo.

Studiare il femminile in noi è un modo per curare l’agire indiscriminato e per favorire una riflessione che sostituisca il contenimento all’azione. La maggioranza dei disturbi d’ansia che mi capita di curare sono dovuti ad un eccesso di elemento maschile e sono connessi più alla quantità di azioni che gli individui mettono in campo per “togliere l’ansia” che alla sensazione iniziale. Quando le persone imparano a contenere, quando invece di rispondere cominciano ad ascoltare, una grossa fetta di ansia scompare. Questo gesto interno va insegnato ad una parte che avrebbe dovuto apprenderlo molto tempo fa e che deve innanzitutto migliorare il proprio rapporto con “il resto di sé”.

E’ un lavoro che avrebbe dovuto fare qualcuno con una buona funzione femminile e ho visto pazienti che lo hanno fatto bene con propri figli ma che non lo sanno fare su di sé o su parti di sé. E’ con loro che spesso cito l’iperbole di Winnicott che ho messo nell’incipit. A chi stanno obbedendo? Quale padrone detta le loro azioni?

D.Winnicott

D.Winnicott

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