Mostri e desideri

Questo breve post è un corollario ai miei ultimi due scritti Ansia e desiderio e Sul sonno della ragione. Stabilisce una relazione fra Desiderio e Mostri, fra la spinta a raggiungere “l’oggetto che sempre sfugge”/la meta del desiderio e la creazione di un’insoddisfazione interna che, come un mostro, perseguita il soggetto.

Quand’è che un desiderio diventa smodato? Quando l’atto vitale di tendere verso l’oggetto diventa una sorta di schiavitù che, invece di infondere energia, blocca in un’inutile brama che non esaurisce mai la sete? Se togliamo (e lo faccio subito) il giudizio morale che cerca di stabilire se un desiderio è buono o cattivo, l’altro modo, quello psicologico, per capire quanto il desiderare attivi la spinta vitale o, piuttosto, la mortifichi, è quello di chiederci: “Dove mi sta portando?”.

Dove mi porta questa spinta che dovrebbe essere dinamica? Sto, in questo mio vagare, andando da qualche parte? Ho la sensazione che tutto questo tendere aggiunga vita, conoscenza, speranza, a me e a coloro con cui entro in relazione? O sto girando in tondo, in un circolo vizioso che non aggiunge niente: il solito ripetere con cui, alla fine, mi ritrovo come la bambina del dipinto.

Omar Rayyan: The Favorite

Omar Rayyan: The Favorite

Con in braccio un mostro a cui sono affezionato: un prodotto bulimico e ingombrante, poco presentabile, qualcosa che, quando mi ci vedono arrivare, dicono: eccolo, con la sua brama, il vizio che lo contraddistingue, quel modo di afferrare che, quando lo indossa, lo rende… isolato, perso nell’ostinazione e nello sforzo.

Si vede bene questa “presa” quando si osserva una patologia grave. Chi fa il mio lavoro la scorge, se è attento, in chi soffre di un disturbo ossessivo grave, nel bulimico che mentre parla pensa già alla prossima abbuffata, nel tossicodipendente che promette sbrigativamente che “non si farà più” per precipitarsi a cercare la prossima dose. Sono gli esempi facili, quelli che rendono bene l’idea di “dipendenza”: la scimmia di chi abusa di sostanze, il cibo/veleno di chi si abbuffa, l’oggetto incontrollabile dell’ossessivo. Ma nessuno è esente: in modi più sottili e, forse, meno cronici ognuno di noi cade e indulge in un volere che nulla ottiene se non… il solito mostro.

Ma c’è un rimedio! Un antidoto che, spesso, usiamo inconsapevolmente, più difficile da applicare per i “casi gravi”, facile ma proprio per questo poco usato da chi… “non vedo il problema… smetto quando voglio”. Ha a che fare con il contenimento: il mostro che portiamo in grembo è nato da un cattivo abbraccio; dietro ad ogni desiderio smodato c’è un bambino o un adolescente affamato di… qualcosa e… sfamato con qualcos’altro. Cioè non sfamato veramente! Dovremmo chiederci, innanzitutto, cosa stiamo desiderando e dovremmo scartare la prima risposta perché quella è… il sostituto: ciò che abbiamo messo lì o che ci hanno insegnato a mettere lì al posto di… ciò che volevamo davvero: cibo al posto di affetto, droga invece di compagnia, controllo come sostituto della sensazione di sicurezza; ma anche cose più complesse: volontà invece di voglia, dolore per intensità, ostinazione per desiderio, ecc.

Il contenitore sbagliato è quello che cerca di soddisfare prima di ascoltare, quello che dà una risposta invece di ascoltare il desiderio.

Se non commettiamo lo stesso errore, se prima di indossare la risposta ci prendiamo un po’ di tempo per capire la domanda, il contenimento cambia. Alcune mie pazienti guarite dalla bulimia raccontano quanto sia bello sentire, finalmente, la fame e un mio collega, ex tossicodipendente, dice spesso che al posto dell’eroina adesso c’è la voglia di cercare, la stessa che credeva di dover far finire quando si iniettava una dose e che, ora, contenuta, è la forza che lo muove non più in circolo ma… verso.

Il mostro in braccio svanisce quando è guardato con interesse e ascoltato davvero. Il contenimento, dargli un luogo in cui esprimere la propria domanda, ci permette di sentirne la forza, di osservarne la bellezza e di capirne la direzione, il senso.

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