Sul “Sonno della ragione”

E’ la nostra conoscenza – le cose di cui siamo sicuri –
ciò che fa andare il mondo così male,
ciò che ci impedisce di vedere e di imparare”
Lincoln Steffens

In un acquaforte del 1797 il pittore spagnolo Francisco Goya rappresenta quello che lui stesso definisce il “sonno della ragione”. Nella didascalia sotto all’immagine un’iscrizione recita: ”Il sonno della ragione genera mostri”.

Il sonno della ragione genera mostri. (Goya)

Un’interpretazione semplicistica dell’opera considera la necessità di stare svegli, il dovere di contrastare quei prodotti della mente che, se lasciati liberi, turberebbero sia il sonno che la veglia del “soggetto sognante”.

Ma come si fa? Come potremmo stare sempre all’erta? Cos’è, poi, questa ragione che mai dovrebbe dormire?

Una sorta di postilla, attribuita allo stesso Goya, ci viene in aiuto suggerendo quella che mi sembra una lettura più fertile del messaggio. Dice l’autore: “La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri. Unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie.”

Questa direzione mi piace di più perché introduce una delle mie passioni: la doppia descrizione. E’ uno degli strumenti del mio lavoro e la “mamma” dell’amplificazione: quel modo di procedere che ha come obiettivo la produzione di meraviglie, l’apertura a nuove interpretazioni e la promozione di un pensiero che dubita e va in cerca di altri punti di vista.

Se fantasia e ragione diventano due modi di osservare il mondo e se l’unione di questi due punti di vista dà una descrizione diversa più ricca e più bella, se è vero, insomma, quello che sostiene Goya, potremmo chiederci non come escludere una o l’altra delle modalità ma come unirle, come farle lavorare insieme.

Non è certo patrimonio esclusivo degli psicologi, né degli artisti, la doppia descrizione: la si usa quando ci si spinge un po’ ai bordi del pensiero, quando ci si esercita ad esplorare altro, quando non ci si lascia possedere da “certi fantasmi”.

Vi metto il link ad un bell’articolo di Recalcati. Parla di fondamentalismo e spiega nel suo modo e con poche, incisive frasi, la psicologia del terrorista, la sua negazione dell’Altro e della relazione. Usa il termine fantasma di purezza e lo usa in un senso profondo che chi ha letto e capito un po’ di Lacan conosce (ma si capisce bene anche senza glossario lacaniano, succede che, quando una cosa è scritta bene, non serva conoscere la teoria che ci sta sotto).

Anche i fantasmi di cui parlo io e quelli che appaiono in sembianza di mostri nell’incisione di Goya sono diversi. Ogni fantasma è diverso ma tutti hanno in comune una caratteristica: non rispondono, non entrano in relazione!

Trovate un fantasma e avrete trovato uno che non si rispecchia: il bambino che giustizia l’ostaggio inerme non risponde perché è cieco a tutto ciò che non sia la sua cieca obbedienza e il carnefice, quello vero, che sta al suo fianco, non risponde perché non vede altro che… la propria maschera.

Distruggono l’arte che trovano sulla loro strada perché descrive troppo: troppa fantasia in una statua, in un dipinto, in un edificio troppo “ornato”. E la “ragione” che invece credono di indossare, l’insieme di buoni motivi per cui il passato va cancellato e il nemico annientato, è una ragione che dorme e che riempie la loro strada di mostri e… i mostri siamo noi.

Ché, d’altra parte, se cominciamo a vedere come mostri loro, cosa stiamo facendo?

Questa idea che loro devono stare là e noi qua è il contrario di una doppia descrizione! Stare non è abitare! Quando si abita uno spazio? Quand’è che un ambiente diventa un luogo?

Potremmo fare un perfetto piano urbanistico, nelle nostre città e nelle nostre menti, ma non avremo un luogo finché non cominceremo ad arredarlo, ad adornarlo usando, oltre alla razionalità, all’idea di funzionalità e al calcolo delle cubature, anche un pezzo di fantasia: qualcosa che per noi è bello, nostro, aggiunto.

Aggiungere è iniziare a descrivere diversamente e “fuori dal recinto”.

E’ l’attitudine che i regimi più detestano. Le regole della ragione dettate da un totalitarismo impongono vincoli che soffocano la fantasia: solo certe idee, un solo dio/religione, solo certi vestiti addirittura solo certi cibi, colori, parole.

Insomma, anche per tornare nel mio ambito, non abitiamo nemmeno la nostra testa se non ricordiamo di continuare ad aggiungere. Ogni volta che accettiamo una singola descrizione cadiamo nella tentazione di “essere padroni in casa nostra” e costruiamo un muro al di là del quale i barbari, i mostri, il Perturbante, cominciano a spingere.

Ma, come diceva Freud, l’io non è padrone in casa propria. Dobbiamo farcene una ragione e renderci conto che la psiche non è una fortezza ma un giardino: si può recintare, si può decidere di circoscriverla per avere un hortus conclusus, il luogo interno in cui raccogliersi e meditare, ma non si può inscatolarla. Deve/dovrebbe essere aperta alle contaminazioni. Come un giardino ha bisogno di insetti che impollinino e di nuove sementi, di pensieri diversi e di fantasia.

Una ragione che inscatola è una ragione dormiente che crea un mondo pieno di mostri e di demoni da combattere. Chiedo spesso ai miei pazienti chi altri abita nella loro psiche oltre a… all’io.

Non mi aspetto una risposta perché so che non c’è. È solo un esercizio di fantasia, l’inizio di un’altra descrizione e un invito ad abitare. E’ anche un modo per tenere sveglia la ragione e per guardare i mostri in un modo diverso.

One thought on “Sul “Sonno della ragione”

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