Ansia e desiderio

…l’opposto dell’ansia
non è la calma,
è il desiderio”
M. Epstein

Non mi sognerei mai di prodigarmi per aiutare un paziente ad affrontare uno stato d’ansia suggerendogli di stare calmo. Se lo dice già da solo: prova a fare dei respiri profondi, a distrarsi, ad isolarsi dalla folla e a ricercare situazioni rassicuranti; cerca contenitori familiari, posti in cui gli stimoli siano ordinari e le risposte conosciute; se proprio non ce la fa si rifugia in una calma artificiale propinandosi una benzodiazepina, una copertura dell’ansia che placa l’attivazione e ristabilisce uno stato di apparente tranquillità.

Non si diventa calmi, non si può decidere la calma così come non si decide l’ansia: si fanno, sì, cose che favoriscono l’uno o l’altro stato ma, entrambi, sono un risultato. Ci sono fenomeni che non ascoltano la volontà e, mentre posso decidere di guardare in una certa direzione o di mettermi a camminare, non posso decidere un orgasmo, non posso “voler dormire”.

L’ansia è molto spesso il risultato di un tentativo, più o meno conscio, di controllare qualcosa che non è presente ( l’ansia anticipatoria) o di esercitare la volontà in contesti in cui la volontà non può fare la differenza (l’idea di avere “tutto in ordine” dell’ossessivo).

Si sforza, l’ansioso: si protende con timore verso un futuro in cui potrebbe accadere qualcosa di brutto, un fallimento, un ostacolo insuperabile, una catastrofe. Anche chi desidera è proiettato in avanti ma mentre “il desiderio implica la volontà o il bisogno di impegnarsi verso l’ignoto, l’ansia suggerisce la paura di ciò che non si conosce” (Epstein).

L’affermazione apparentemente anti-intuitiva dell’incipit si basa proprio sull’osservazione di questa somiglianza. Siamo abituati a credere che l’ansia sia collegata al desiderio: crediamo che sia proprio a causa dei nostri bisogni che proviamo ansia, pensiamo che se non avessimo desiderato certe cose ora saremmo più tranquilli, se non ci fossimo impegnati in certe sfide, se non avessimo intrapreso certi percorsi, saremmo “rimasti calmi e rilassati”. Ma le somiglianze finiscono qui.

Come dice ancora Epstein: “Il desiderio ti porta fuori da te stesso, nella possibilità di una relazione, ma ti porta anche più in profondità dentro te stesso. L’ansia ti ripiega su te stesso, ma solo sul te stesso che ti è già noto. Non c’è niente di misterioso nello stato d’ansia: ti lascia barcollante in un isolamento insostenibile e troppo, troppo familiare. Raramente c’è desiderio senza una certa ansia: ci sembra di essere programmati per provare apprensione verso ciò che non possiamo controllare, perciò, in questo modo ansia e desiderio non sono veramente opposti. Ma il desiderio ti dà una ragione per tollerare l’ansia e la volontà di superarla.”

Il desiderio è, insomma, un antidoto. L’ansia che da bambini abbiamo provato nella notte di Natale, nell’attesa dei regali, quella che ci ha rapito nei momenti in cui eravamo protesi verso il raggiungimento di una meta o di un abbraccio… erano ottime ansie, piene di passione e di desiderio.

Non le abbiamo nemmeno percepite come ansie, non le abbiamo protestate né ci saremmo sognati di sedarle con un ansiolitico, erano lì a tenerci svegli ricordandoci la possibilità di… qualcosa di bello.

Ho parlato di sonno e di orgasmo per evocare, nello sfondo, due degli dei che, per la mitologia greca, compaiono ogni volta che il desiderio e il raggiungimento vengono nominati. Sia Eros che Hypnos ci stupiscono: ci colgono dall’esterno e, come demoni, elargiscono doni che mobilitano in noi forze da cui possiamo essere trasportati. L’innamoramento e i sogni aprono scenari che mobilitano la fantasia e l’immaginazione. Sarebbe stupido dire che non favoriscano anche l’ansia ma è un’ansia incanalata, si muove verso qualcosa che ci trascende, contiene i semi di un cammino che va… fuori da noi.

Ma c’è un altro dio che appartiene ad una cultura diversa (ma per certi versi non così distante) da quella greca, che incarna perfettamente la tensione fra desiderio e raggiungimento, fra ansia e appagamento: Ganesh, il dio-elefante dell’induismo.

La sua immagine è per certi versi paradossale: con la testa da elefante e un corpo da bambino obeso sa essere, come Eros, pesantissimo e leggero, si muove infatti sul dorso di un topo ma si racconta che il suo grande ventre contenga interi mondi. E’ venerato come il dio degli ostacoli ma anche come colui che aiuta a rimuoverli. Proprio come Eros può essere contemporaneamente giovane e giocoso, saggio ed esperto.

In quanto associato al desiderio, Ganesh è il guardiano tra il vecchio e il nuovo, ma occupa anche il confine tra amante e amato. Siede nello spazio liminare, nello scarto intermedio tra una cosa e l’altra. La sua forma non è del tutto animale né esattamente umana, non del tutto umana né esattamente divina.” (Epstein)

Sta di guardia e protegge una soglia e siccome ogni soglia è un passaggio e al contempo un ostacolo, è in quel luogo che sperimentiamo la novità e quella tensione che invece di paralizzarci ci muove, ci spinge a cercare oltre, capire più in là, entrare nell’ignoto.

Quale migliore antidoto all’ansia?

Quando impariamo a sostare in quel mondo intermedio (che tanto assomiglia al sogno) in cui una cosa non è ancora raggiunta ma può essere vista, quando comprendiamo che è il desiderio che illumina il suo oggetto e che sono il nostro interesse e la nostra cura che possono fare, per noi, la differenza… in quel momento l’ansia non è un problema.

Se guardato nella sua essenza il desiderio ci insegna l’inafferrabilità! Non sarà mai possibile una perfetta identità fra il soggetto che desidera e l’oggetto desiderato. Amante e amata non potranno mai essere completamente congiunti. Una parte rimane inafferrabile e questo paradosso ci invita a… provarci comunque. L’inafferrabilità ci insegna l’impossibilità del possesso.

C’è un momento in cui si impara a lasciar andare, ci si accorge che non si può afferrare e che la presa, se esercitata troppo a lungo o con troppa forza è contro-produttiva. Spesso in quel momento si supera una soglia: l’ansia scompare, si può entrare nel sonno, provare un orgasmo, imparare ad andare in bici, sperimentare calma e tensione, insieme e separatamente.

Mai proverei a dire ad un paziente ansioso che deve stare calmo.

Ganesh

Ganesh

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