Sulla comunicazione: plasticità

La plasticità, nel senso più ampio del termine,
consiste nel possedere una struttura abbastanza
debole da cedere di fronte ad un influenza, ma
abbastanza forte da non cedere subito”
William James

Forse uno degli insegnamenti più preziosi di Freud è il principio secondo cui ciò che in una mente non è compreso e integrato tende a tornare e a ripetersi. Ripetiamo ciò che non comprendiamo: tendiamo ad agire in modo inconsapevole e automatico nelle aree della nostra vita in cui “il pensiero ha la strada sbarrata”. Scoprì, Freud, che certe azioni che determinano effetti nella nostra vita e in quella di chi ci circonda sono compiute non tanto dal soggetto consapevole, quanto da un insieme di circuiti di risposta: abitudini con cui, come automi, rispondiamo seguendo sentieri tracciati, percorsi che, ad un certo stimolo, fanno seguire una reazione.

Abbiamo appreso queste abitudini ed è stato utile acquisire dei modelli che sappiano “agire prontamente” per risolvere un problema, superare un ostacolo, gestire una situazione di routine o un imprevisto. Tuttavia, è proprio nel punto di forza che si annidano i guai: risposte che vanno bene nella maggioranza dei casi possono rivelarsi letali in certe particolari eccezioni; metodi che danno buoni risultati in certi contesti, risultano inutili o obsoleti in altri. E alcune attitudini particolarmente conservatrici (come il letteralismo di cui ho parlato nell’ultimo post) non fanno che cronicizzare la situazione rendendoci bravi a dare sempre le stesse risposte e incapaci a trovarne di nuove.

E’ come se, dopo aver accumulato un certo numero di risorse, ce ne andassimo in giro usando sempre quelle, adattandole un po’, magari, ma senza aggiungere nuove frecce alla nostra faretra e nuovi utensili alla nostra macchina relazionale.

Ormai conosciamo così tanto da essere praticamente incapaci di essere saggi” diceva Bion. Sembra intendesse che, raggiunto un certo grado di esperienza, smettiamo di imparare. Siamo diventati “forti” e usiamo gli strumenti della nostra forza a discapito della flessibilità: ci irrigidiamo su ciò che conosciamo diventando ortodossi, letterali e un po’ dogmatici.

Seguire un dogma è meno frustrante di… pensare! E, come dice Grotstein, parafrasando Bion: “Il pensare e la maturazione (apprendere dall’esperienza e attraverso l’esperienza) esigono che il soggetto sia capace di tollerare la frustrazione, il che permette al ricettore dell’attenzione (il contenitore) di rimanere a disposizione.”

Occorre, insomma, essere plastici: abbastanza deboli da cedere ma non così deboli da “cedere subito”. Pensateci. Guardate un bambino: se ne va in giro per il mondo e assaggia con interesse e curiosità ciò che gli capita; raccoglie informazioni restando aperto e, “quasi indiscriminatamente”, le colleziona in una sorta di contenitore; accetta di sbagliare un gesto e di ripetere la stessa parola centinaia di volte, tollera la frustrazione di non essere riuscito a reggersi in posizione eretta così tante volte che, alla fine, lo sa fare. Abbastanza debole da lasciarsi plasmare, abbastanza forte da resistere fino a che l’evento si trasforma in esperienza e, questa, in conoscenza.

Chiedete ad un adulto di essere altrettanto “debole” e otterrete, quasi sempre, una risposta stereotipata appresa nell’adolescenza, qualcosa tipo: “Sì… pensa se, alla mia età, devo mettermi a pensare a queste cose/me la cavo già bene con quello che so… non ho bisogno di…”. Ne sappiamo già abbastanza e diventiamo incapaci di essere saggi. E, “saggi”, qui, sta per “abbastanza aperti da poter fare nuove esperienze, abbastanza flessibili da riuscire ancora ad apprendere”.

Se Ulisse, legato all’albero della nave per ascoltare a suo rischio e pericolo il canto delle sirene è una metafora del bambino versatile ed esposto che vuole conoscere, dall’altra parte del continuum troviamo una specie di bruto: un adulto fermo all’adolescenza che preferisce remare con la cera nelle orecchie… “Sì, vabbé, prof… ma dopo interroga sul canto delle sirene?”

Sembrano stanchi gli adulti che non tollerano la frustrazione. E’ come se il loro contenitore fosse pieno e non più disponibile, come se l’attenzione non ce la facesse a cogliere altro e indugiasse sul conosciuto. Tanti vengono in seduta perché hanno perso qualcosa e vogliono recuperarlo. Dicono di aver perso la serenità, la stabilità, la salute, un amore, un sogno. E, al posto del bene perduto, c’è un sintomo: l’ansia, la malinconia, l’insoddisfazione, la “depressione”.

Chi fa il mio lavoro sa che prima di avventurarsi con loro alla ricerca di “ciò che è stato perduto” occorre ricostruire il contenitore in cui metterlo. Recuperare attenzione e plasticità. Favorire il bambino: partire dal sintomo con l’interesse che un bambino avrebbe per capire cosa c’è sotto.

Quando un paziente comincia a cercare, quando, partendo da un dolore, si mette in cammino per trovarne il senso, un altro mito viene evocato: il viaggio per la ricerca o il recupero di un tesoro che è, innanzitutto… il viaggio stesso!

Servirà ciò che già sa e servirà la ricerca: l’allenamento alla frustrazione di… non trovare subito e dover cercare ancora. E’ questa ricerca che, lentamente, evoca e ristabilisce la plasticità. E la plasticità è il primo frutto implicito della ricerca e, al contempo, il primo strumento di guarigione psichica.

Il Contenitore è reso disponibile da questa capacità di accettare il vuoto e di “andare a vuoto e riprovare”, di saper sostare nel dubbio e guardare oltre al conosciuto.

Plasticità

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