Sulla comunicazione: contro il letteralismo

Elevate le parole, non il tono della voce.
E’ la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono”
Jalal al-Din Rumi

Rumi è considerato il massimo poeta mistico della letteratura Persiana, uno che si è sicuramente speso per elevare le parole e che, con ogni probabilità, quando diceva Jihad intendeva, innanzitutto “grande Jihad”: lo sforzo interiore per liberare l’io da pulsioni che lo dominano conducendolo lontano da uno sviluppo armonioso e da una condotta giusta.

Jihad significa anche molte altre cose. Certi termini non possono e non devono essere tradotti in un solo modo e, quando lo si fa, quando si eliminano certe sfumature e si imbocca la strada del letteralismo, si perde, insieme alla complessità, anche quell’incertezza che ci rende dubbiosi e larghi, poco sicuri e umani.

Passa, il poeta, da un’affermazione ad una metafora, da parole e voce a pioggia e tuono. Non lo fa per spiegare ma per “confondere”: fondere-insieme mente e natura, essere umano e creato, il piccolo e il grande. Lo fa senza pensarci ma seguendo, credo, un istinto che punta al cuore più che alla mente, alla psiche con le sue profondità più che all’intelletto che, con “l’esattezza”, cerca invece un’univoca inossidabile definizione.

E l’intelletto è uno strumento perfetto quando, nelle scienze, si mira ad un linguaggio libero da ambiguità: numeri o, al più, parole che, rese lucidi simboli, possano essere usate in formule che conducano a risultati e che, applicate al mondo, lo rendano intellegibile, riconducibile ad uno schema. Ordine contro caos. Visioni accurate che portano all’azione, alla possibilità di intervenire e modificare portando, dove si può, più armonia, agio, efficacia.

E non c’è letteralismo nella scienza: sfoltire i significati fino ad arrivare al “nudo scheletro della verità” (Bateson) è un’impresa titanica e infinita, uno sforzo che, nell’ambito giusto, ha una bellezza e un senso profondo.

Il problema sono… i cretini: quelli che, invece di distillare pazientemente la pioggia, prendono il primo significato in cui incappano e cominciano a tuonare dall’alto di uno scranno immaginario e ad aggiungere forza e violenza a un unico significato. Un’unica solitaria descrizione, qualcosa che non può essere guardato se non da un singolo, rigido, punto di vista e che non porta maggiore comprensione ma costringe all’azione e a quello che in psicoanalisi di definisce acting-out, l’espressione dei propri vissuti emotivi conflittuali attraverso l’azione piuttosto che il linguaggio.

C’è una bella immagine nel mito degli Argonauti, una delle più significative narrazioni della mitologia greca: cinquanta eroi a bordo della nave Argo intraprendono un’avventura che li porta alla ricerca del vello d’oro; tra di loro Orfeo, il poeta e cantore che non rema insieme agli altri ma, accompagnandosi con la lira, canta e imprime il ritmo. Si dice che fu grazie ad Orfeo che gli Argonauti sfuggirono ad una delle insidie peggiori del loro viaggio, infatti “La sua funzione principale consistette nel cantare mentre le Sirene cercavano di sedurre gli Argonauti e giunse a trattenere questi ultimi, superando in dolcezza gli accenti delle maghe” (Enciclopedia dei miti).

Dare un ritmo al procedere, saper conquistare l’attenzione, convincere. Si dice che sua madre fosse Calliope, la Musa della poesia lirica e Orfeo suonava e cantava così soavemente che al suo passaggio gli alberi si inchinavano, le bestie si fermavano ad ascoltarlo e anche gli uomini più crudeli si placavano al suono della sua musica.

L’euritmia invece del letteralismo, la capacità di suscitare l’impressione di armonia e di bellezza in chi ascolta o in chi guarda un’opera dell’ingegno, sia essa un componimento, una canzone o un oggetto armonioso, una scultura, un dipinto.

Occorre elevare le parole! Orfeo scende, in un’altra avventura, negli inferi per recuperare sua moglie Euridice che, morsa da un serpente, è morta. Compie l’impresa quasi fino alla fine. Solo in un tragico attimo finale, contravvenendo all’ingiunzione di Persefone, si volta per guardarla e la perde. Anche le sua parole e la sua musica devono arrendersi di fronte all’Ade.

Ma è proprio in questo fallimento che si rivela l’umanità di questo strano eroe, uno che non aveva abbastanza forza per remare insieme agli argonauti e abbastanza pazienza per aspettare di vedere la luce senza voltarsi indietro. E’ in questa possibilità di fallire che risiede la spinta ad affinare la musica ed elevare le parole.

Lo “sforzo interiore”, la rinuncia alla tentazione di essere tuono e la tensione verso un uso armonico della forza, lo studio di altri significati e l’amplificazione del “discorso”… questo lavoro è possibile grazie e nonostante la consapevolezza della sua “possibile inutilità”.

Dove sarebbe lo sforzo, altrimenti! Non c’è sfida per i cretini: tuonano vittoria prima di entrare nel discorso, non riflettono e… non si voltano indietro. I loro canti sono inconsistenti e nessun fiore cresce sul loro cammino.

Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo (1900) di John William Waterhouse

Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo (1900) di John William Waterhouse

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