Nevrosi: desideri e aspettative

Come Freud amava dire, c’è uno ‘iato incolmabile’
tra il desiderio e la soddisfazione, un divario responsabile
sia della nostra civiltà che della nostra frustrazione.”
M. Epstein

La Siepe

Le due donne del disegno rappresentano la soddisfazione e la frustrazione. Il piacere per il raggiungimento di qualcosa di desiderato o il dolore per la delusione delle aspettative.

Siamo spesso al di qua della siepe: circondati dal frutto del nostro lavoro e dai doni della nostra buona sorte ma scontenti perché… manca un pezzo, ci aspettavamo di più e la distanza fra l’atteso e il raggiunto ci rende orfani di qualcosa, monchi di una parte che diventa indefinibile… lo iato incolmabile, appunto.

Il Principio di Piacere ci spinge a cercare il sollievo nell’oggetto che, una volta raggiunto, dovrebbe placare la nostra fame e insiste con il suo “fai ciò che ti piace”; il Principio di Realtà ci ricorda che è opportuno posporre la soddisfazione e costruire qualcosa di stabile, un mondo magari un po’ più triste ma più “equo” dove gli istinti sono tenuti a bada e si fa ciò che è giusto e duraturo, si posticipa il godimento a favore della convivenza, della stabilità e del futuro.

La frustrazione e la civiltà hanno radici comuni, insomma e, entrambe, crescono nel desiderio. La prima ci spinge ad accelerare continuamente verso l’obiettivo, la seconda frena e considera primari il tragitto, il lavoro e la costruzione della “strada verso”.

Quando non cresce insieme agli uomini, un animale vive senza aspettative: se ha fame cerca il cibo, se è sazio si riposa. L’uomo, invece, si aspetta qualcosa e, facendolo, crea il futuro: proietta la propria scena ideale, si ingegna per raggiungerla e se non arriva non è sazio e, se arriva… si accorge che manca un pezzo.

Non siamo sempre insoddisfatti ma questa tensione, questa fuga in avanti, non dà tregua e, spesso, sfocia in una nevrosi: un conflitto fra desiderio e resistenza, una sofferenza per ciò che non è stato rispetto a ciò che volevamo che fosse.

Ma non sappiamo vivere senza aspettative: facciamo progetti, cerchiamo principi azzurri e donne ideali, accendiamo mutui e polizze che esorcizzino la paura di un futuro di stenti.

Nello spirito umano c’è una speranza che semplicemente non accetterà un no come risposta. Il desiderio ci fa andare avanti, anche quando ci prende in giro. Usando ancora le parole di Freud, è il desiderio ‘che esercita su di noi un’azione così perentoria’, spingendoci a trovare e usare la nostra creatività, indirizzandoci verso un obiettivo irraggiungibile e tuttavia irresistibile.” (M.Epstein)

E, se davvero questa speranza è inalienabile, se davvero il desiderio che la sostiene è insopprimibile, sembra che non ci sia scampo dalla nevrosi. Inevitabilmente incontreremo ostacoli e sempre immagineremo irrealizzabili utopie. Andremo mai al di là della siepe? Saremo mai contenti? E’ possibile liberarsi dalla frustrazione senza rinunciare al desiderio?

Nisargadatta, un filosofo Indiano che nonostante la fama di grande pensatore ha continuato per tutta la vita a vendere sigarette da un banchetto ad un angolo di strada diceva: “Il problema non è il desiderio. E’ che i tuoi desideri sono troppo piccoli.”. Non intendeva certo che bisogna puntare ad avere di più né sosteneva una qualche teoria new-age tipo “pensa in grande”. Indicava, piuttosto una strada che porta a considerare il desiderio non come un nemico da sconfiggere né come un tiranno da servire ma come un’energia da usare e da comprendere profondamente.

Il problema non è il desiderio ma la mancanza di riflessione che lo accompagna e la chiusura che deriva dall’incapacità di renderlo un mezzo nelle nostre mani. Senza un lavoro che lo affini il desiderio rimane una vogliuzza ed è destinato ad una continua insoddisfazione e alla nevrosi. Può, invece, diventare potente: trascinare la creatività e permettere la gioia della pienezza che deriva dalla sensazione di vitalità che da esso sgorga non appena lo sganciamo dal futuro, non appena ci fermiamo ad ascoltarlo.

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