Placebo I Parte: mente e natura

Nel mondo della mente il nulla ciò
che non esiste – può essere una causa”
G. Bateson

Riflettere sul placebo è riflettere sul “nulla” ma riflettere sui suoi effetti è riflettere su come il nulla possa, in determinati contesti, essere molto efficace: dare risultati che si ripercuotono sugli stati d’animo, sul metabolismo e sullo stato psicofisico di una persona.

Per placebo si intende una sostanza che viene somministrata al paziente come farmaco ma che in realtà non contiene principi attivi. Per effetto placebo si intende una serie di reazioni dell’organismo a una terapia non derivanti da principi attivi, insiti nella terapia stessa, ma dalle attese dell’individuo. In altre parole, l’effetto placebo è una conseguenza del fatto che il paziente, specie se favorevolmente condizionato dai benefici di un trattamento precedente, si aspetta o crede che che la terapia funzioni, indipendentemente dalla sua efficacia ‘specifica’.” (Wikipedia)

Insomma: ciò che “passa” con la pillolina di zucchero è niente su un certo piano, quello della sostanza, ma molto su un altro piano, quello dell’informazione. Può benissimo essere che oltre agli edulcoranti e agli eccipienti non ci sia nulla dentro a ciò che viene somministrato ma “l’idea del paziente”, la sua convinzione che qualcosa sia entrato nel sistema e che quel qualcosa faccia bene, fa la differenza.
E, nell’interfaccia, in quella zona poco esplorata e principalmente inconscia che sta fra mente e corpo, l’informazione, ciò che credo che sia entrato, è in grado di creare una serie di effetti che, a cascata, possono mettere in moto delle reazioni e delle risposte nel corpo e nei sistemi che nel corpo interagiscono. Scrivere Psico<—>neuro<—>endocrino<—>immunologia è un modo per evidenziare quanto ci sia un continuo scambio di informazioni fra la mente (pensieri, emozioni, convinzioni), il sistema nervoso (impulsi e neurotrasmettitori), quello endocrino (ormoni) e quello immunitario (le cellule che si occupano di cosa è o non è parte del sistema, cosa è o non è accettabile, assimilabile, compatibile).

La Psicologia studia solo in parte i tre sistemi più “corporei” e tenta di districarsi nei meandri del primo che, per sua natura è sfuggente, difficile da misurare e poco definibile.

E’ sempre più evidente che la scelta riduzionista di limitare il campo di ogni disciplina ad un ambito circoscritto ha dato i suoi frutti ma che è ora, specie quando si parla di esseri umani, di cominciare ad indagare i labili confini che noi abbiamo tracciato tra un sistema e l’altro e, forse, di renderci conto che non c’è vera separazione e non si può guardare un aspetto prescindendo dagli altri.

Fenomeni come l’effetto placebo sembrano fatti apposta per convincerci che la mappa che finora abbiamo usato per orientarci nel territorio spesso imperscrutabile che chiamiamo essere umano, va cambiata. L’informazione crea cambiamenti nella percezione e nelle convinzioni che un individuo ha su di sé e sul proprio stato di salute ed è in grado di potenziare gli effetti di una sostanza somministrata o, al contrario, di diminuirne l’efficacia o di amplificarne gli effetti collaterali (l’effetto nocebo: l’esatto contrario del placebo). Quando si tratta di pazienti umani anche la “mano” che somministra il farmaco è importante e la fiducia nel medico e nel trattamento può fare una grande differenza. E, se è vero che il terreno in cui si inserisce il principio attivo è importante e il dosaggio, la durata e le interazioni con altri farmaci, contano, è altrettanto vero che si può lavorare per rendere il “terreno” più o meno predisposto, collaborante e disponibile all’informazione che verrà aggiunta al sistema.

Le persone fanno pronostici: si aspettano determinati risultati e interferiscono continuamente con il flusso degli eventi interni ed esterni: riusciamo a farci andare per traverso il panino che abbiamo ingurgitato se ci arrabbiamo per un qualsiasi motivo e siamo in grado di digerire una pietra se il nostro umore è buono o ci sentiamo in ottima compagnia. Ci somministriamo continuamente dei placebo o dei nocebo e lo facciamo interagendo con l’ambiente e con le aspettative e, come diceva Bateson : “ …si rammenti che zero è diverso da uno, e poiché zero è diverso da uno, zero può essere una causa nel mondo della psicologia, nel mondo della comunicazione. Una lettera che non viene scritta può ricevere una risposta incollerita.” Le aspettative fanno la differenza e le speranze, le resistenze, i dubbi e le “certezze”, determinano continuamente la forma e la disposizione della mente: possiamo essere chiusi o aperti, a punta o smussati. Moduliamo il nostro umore e spostiamo i confini fra noi e gli altri e, facendolo, cambiamo la nostra chimica interna: più o meno dopamina o serotonina nel sistema nervoso, più o meno adrenalina e cortisolo in quello endocrino, maggiore o minore risposta allo stress e agli agenti esterni, ecc. (semplificando, ovviamente… ché le variabili che entrano sono molte di più).

E, spessissimo, la nostra destra non sa cosa fa la sinistra: quasi tutto questo lavoro è svolto a livello inconscio con la coscienza che compie solo alcuni “gesti”, a volte cruciali, altre volte irrilevanti. Sono convinto, così come lo era Bateson, che questo sia un bene: è giusto che certi processi esulino dalla coscienza e, come diceva un’amica, non bisognerebbe indagare troppo su parti che andrebbero trattate come “sacre”, parti che non andrebbero messe in discussione e con cui è meglio non interferire. Ma dare un’occhiata è inevitabile: ho visto pazienti stare molto meglio mezz’ora dopo aver ingerito uno psicofarmaco che in genere ci mette venti giorni a fare effetto ed altri che dicevano che l’ansia non se ne andava nemmeno dopo una dose di ansiolitico che avrebbe addormentato un cavallo. Nessuno di loro era “matto” ma le loro aspettative , il loro inconscio e la forma che prendeva in quel momento la loro psiche facevano la differenza. Credo che indagare su questa differenza faccia parte del “sacro”, dell’indagine sull’interfaccia fra mente e natura e del rapporto fra la “creatura e il mondo”.

Georgia O'Keeffe, Petunias, 1925

Georgia O’Keeffe, Petunias, 1925

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