Sull’adattamento: cose che non sappiamo di sapere

Non è un segno di buona salute mentale
essere ben adattati ad una società malata”
Jiddu Krishnamurti

Nel suo ultimo libro “Evento” il filosofo Slavoj Žižek, parlando di rapporti fra il noto e l’ignoto, elenca quattro possibili combinazioni di “conoscenza e ignoranza”: “Ci sono conoscenze note [known knowns]: ossia, ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono ignoranze note [known unknowns], vale a dire: cose che adesso sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche ignoranze ignote [unknown unknows]: ci sono cose che non sappiamo di non sapere […] E, poi, c’è la quarta possibilità della casistica, una possibilità fondamentale: le conoscenze ignote [unknown knows], ovvero le cose che non sappiamo di sapere.”

Queste cose che non sappiamo di sapere sono l’argomento di questo post, il postulato sotteso alla frase di Krishnamurti che ho messo nell’incipit e il compito principale del mio lavoro: il terreno sul quale uno psicoterapeuta deve muoversi se vuole che il proprio intervento abbia una qualche speranza di produrre dei cambiamenti nelle persone che… li chiedono. Le conoscenze ignote sono infatti, per citare ancora Žižek, “le credenze rimosse e le presupposizioni a cui aderiamo senza neanche esserne consapevoli”.

Sono cioè una sorta di sfondo: una cornice inconsapevole che contenendo le nostre azioni e i nostri comportamenti, continua a dare significato e a determinare la nostra relazione con la realtà. Per fare un esempio, mettiamo che “senza saperlo” io accetti l’idea che quello che la società mi chiede è giusto e che è naturale (cito credenze che ho visto condividere da più di un paziente): “lottare per un posto di lavoro, fare un po’ di straordinari anche se non servono perché ‘è ben visto dall’azienda chi si ferma dopo l’orario canonico’, non esagerare nello zelo perché ‘se fai di più e non ti tieni un po’ di lavoro poi sembra che tutti non abbiamo niente da fare’, ecc…”.

Mettiamo che, rispettando senza metterli in discussione questi presupposti, io mi adegui ad un modus vivendi e, facendolo, mi integri perfettamente con l’ambiente che li condivide. Se lo faccio, se prendo per buona questa cornice… ci sto dentro: mi normalizzo confondendomi un po’ con lo sfondo, non risalto troppo e diventa possibile per me e per chi insieme a me accetta queste regole, passare indenne attraverso un sistema che dalla cornice è definito e giustificato.

Con un po’ di esercizio le regole che definiscono un ambiente vengono apprese, “conosciute” e… dimenticate. Diventano un linguaggio che, con la sua grammatica, regola la vita di chi lo ha imparato e, come conoscenze ignote, rimangono nello sfondo determinando gerarchie, soglie, comportamenti, premi, punizioni, percezioni e… sintomi.

Ciò che vediamo e sentiamo ma spesso anche ciò che “soffriamo” è determinato da queste cornici inconsce. Succede che le persone combattano per un euro in più di ticket-pranzo ma accettino tranquillamente di lavorare in un cubicolo; sopportino gli isterismi del capo ma non sopportino le chiacchiere del vicino di scrivania. La soglia fra ciò che è sano e ciò che è malato e ciò che è tollerabile o inaccettabile è spesso determinata dai presupposti inconsci, dalle convinzioni che dettano la percezione dell’ambiente, del nostro modo di abitarlo e di viverlo.

Quando emerge un sintomo, quando una persona va in seduta e lamenta un disturbo lo psicoterapeuta sa (o dovrebbe sapere) che sotto al dolore c’è un adattamento e sotto all’adattamento ci sono cose che la persona ha saputo e dimenticato. E capita spesso di scoprire che è proprio adattandosi ad una situazione malata che ci si ammala. E’ cercando di “starci dentro” che ci si forza, violentandosi, a volte, e creando i presupposti per “un sintomo inspiegabile, una sindrome inaspettata, un ospite inquietante”.

E’ a quel punto che iniziano le interpretazioni, quelle del paziente, prima: perché quando arriva in seduta una persona ci ha già provato, ha già tentato di capire perché non sta bene, cosa gli sta succedendo, cosa ha rotto l’equilibrio; e quelle del terapeuta, poi: perché con il nostro armamentario di miti, complessi, diagnosi ed eziologie, anche noi ci proviamo, a leggere attraverso il sintomo e a trovare la spiegazione che possa aprire la strada al cambiamento.

Questo gesto, questo chiedersi cosa ha prodotto la ferita, è il contrario di un adattamento: è un soffermarsi e riflettere, un tornare sui propri passi e creare la disposizione d’animo necessaria ad osservare la psiche e la relazione. E’ anche un modo per rompere la staticità che certi adattamenti hanno determinato e per “chiamarsi fuori”: dare inizio ad un processo che, mettendo in discussione l’idea di cosa è sano e cosa è malato, cosa va accettato o rifiutato e cosa implica l’adeguarsi o l’andare contro, promuove il pensiero e “lo spirito”: la forza che, dice Žižek, parafrasando Hegel: “ Funziona come quel potere attivo che costantemente mina e trasforma l’intera realtà inerte e stabile…”.

Adattarsi è utile ma quando un adattamento ci rende inerti e “troppo stabili”, quando la salute mentale è minacciata dall’adesione a un mondo malato, questo indietreggiare, questo inizio di riflessione, diventa il primo passo di una cura che invece di mirare alla normalità si interroga sulla conoscenza e sulla libertà.

Bonsai_Nature

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