Leggendo “#Luminol”

luminol

Non venerare è impossibile. Tutti venerano
qualcosa. L’unica scelta che
abbiamo è che cosa venerare.”
D. F. Wallace

Ho letto #Luminol, l’ultima fatica di Mafe de Baggis.

Già dall’inizio, quando Mafe delinea gli intenti del libro e introduce il metodo con cui metterà in luce un po’ degli errori sistematici che compiamo quando ci schieriamo pro o contro la Rete, internet e i social media, mi è venuta in mente una metafora che Jung usò per parlare di un modo tipico di procedere della coscienza intesa come la parte conscia, analitica, razionale dell’uomo.

Diceva Jung che capita che una persona si accorga di avere in sé qualcosa di autonomo e perturbante, qualcosa che sfugge al controllo e sembra vivere di vita propria e, nel tentativo di tranquillizzarsi: “La coscienza si comporta allora come un uomo che, sentendo un rumore in cantina, si precipita in soffitta per constatarvi che non ci sono ladri e che, conseguentemente, il rumore era pura immaginazione. In realtà quell’uomo prudente non ha osato avventurarsi in cantina.” Questo facciamo, spesso, quando, non usando il luminol, invece di cercare le tracce profonde, invece di indagare oltre la superficie, ci accontentiamo della scena esteriore e ci fermiamo al conosciuto.

Quando Mafe dice che: “ Il dualismo reale/digitale è spesso frutto di una convinzione dura a morire, e cioè che siano gli strumenti (e i contenuti) a guidare i comportamenti e non viceversa… convinzione che nasce dall’illusione di una realtà pura e non mediata…”, sta parlando di questo tipo di errore: crediamo che i media cambino la realtà, come se esistesse una realtà che non passa attraverso una mediazione, fosse anche quella dei sensi che, si sa, sono tarati da ciò che conosciamo e che ci aspettiamo di vedere.

Andiamo in soffitta a cercare il colpevole perché è più facile pensare che i nostri vizi o quelli dei nostri figli, le nostre tendenze strane, i comportamenti di cui potremmo vergognarci, siano dettati da qualcosa di esterno, un qualche persuasore occulto dentro internet, la tecnologia cattiva, l’abuso dello strumento che ha creato la cattiva abitudine.

E’ più difficile andare in cantina e scoprire che “Non sono loro, siamo noi”: i sette vizi (Violenza, Narcisismo, Rigidità Mentale, Dietrologia, Analfabetismo, Cialtroneria, Conservatorismo) di cui Mafe scrive con lucidità, erano presenti ben prima delle nuove tecnologie, ben prima del “mondo digitale” che, semmai, contribuisce solo a metterli in maggiore evidenza. Solo che fa paura ed è doloroso farsi carico di caratteristiche che consideriamo difetti ed è più facile, nel calduccio della soffitta, scoprire che “è tutta roba virtuale”.

Secondo l’autrice (che mi trova totalmente d’accordo) ognuna di queste tendenze va cercata nella nostra umanità e le tecnologie, quelle nuove e quelle vecchie (televisione, libri, stampa, “comunicazione”), non sono che uno specchio che mette in evidenza, con sfumature più o meno accentuate, ciò che è già lì, in cantina, da un pezzo.

Bisogna, tuttavia, fare un buon uso del luminol, smetterla di guardare il dito e volgere lo sguardo alla luna, per non cadere in quelle semplificazioni che ci rendono stupidamente prudenti, attenti solo a ciò che già conosciamo, poco acuti.

Essere tecno-entusiasti o tecno-pessimisti non sono che due modi per cadere in quelle che Wallace definì modalità predefinite : venerazioni inconsapevoli di visioni del mondo che non sappiamo (!) di adottare.

Di questo e di molto altro parla Mafe in questo suo libro che tratta più di metodo che di internet, più degli esseri umani che dei computer, più di relazioni che di oggetti. Un libro che vi consiglio e che, se non si fosse capito, mi è molto piaciuto.

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