Su “La banalità del male”: una riflessione psicologica

 

Ho visto recentemente un film di Margarethe Von Trotta intitolato Hannah Arendt. E’ un’opera incentrata sulla figura della filosofa tedesca e sulla sua presa di posizione nei confronti della condanna che lo stato di Israele comminò ad Adolf Eichmann. La Arendt non contestò la condanna in sé quanto le motivazioni che, dal suo punto di vista, non rendevano conto del vero motivo della malvagità della figura che veniva giudicata. Secondo l’autrice, che per la sua tesi si inimicò parecchi amici ebrei e mise a repentaglio la sua stessa carriera giornalistica, ritenere Eichmann colpevole senza capirne la profonda mediocrità e la sconcertante inconsapevolezza, condannarlo osservando l’ovvia manifestazione del male che egli incarnava senza riflettere sulla genesi di tale male era un errore: un fallimento del pensiero e, paradossalmente, un rinforzo dell’inconsapevolezza in cui il gerarca e con lui tantissimi rappresentanti del potere e della cultura tedesca del periodo nazista, erano immersi.

Mi è tornato in mente, questo film, vedendo le immagini tremende dell’esecuzione del giornalista americano James Foley e ascoltando, da spettatore impotente come tutti gli altri, gli ultimi episodi di cronaca nostrana: delitti che tutti definiscono inspiegabili e su cui spesso colleghi, psicologi e psichiatri, vengono interrogati da giornalisti in cerca di diagnosi che rassicurino.

Si chiede agli “esperti” di spiegare il motivo per cui, ad esempio, un padre che in molti sono pronti a definire “una brava persona/uno che mai avremmo pensato che avrebbe potuto fare una cosa del genere/uno normale che non sembrava depresso”, possa aver ucciso nel sonno la sua figlioletta o possa aver sparato a bruciapelo alla moglie davanti al loro bambino di tre anni.

E la cosa da dire, quella che spesso non viene nemmeno accennata perché è complessa, difficile, lunga e poco televisiva è la stessa su cui insisteva Hannah Arendt: prima di uccidere, prima di alzare l’arma, di affondare il coltello o di dare l’ordine di farlo, chi agisce o ordina di agire ha già svolto un lungo lavoro, più o meno consapevole, che l’ha reso non solo disumano ma, prima di tutto, stupido, distaccato, inconsapevole.

La preparazione al crimine efferato è, innanzitutto, un lavoro interno che elimina l’umanità dell’altro. Prima della mancanza di empatia e alla base della crudeltà c’è la sua reificazione: il renderlo un oggetto, un simbolo da distruggere, un numero da depennare da un elenco o una propaggine di sé, qualcosa che appartiene completamente a chi agisce e che, quindi, non è più visto come padrone di se stesso e come soggetto.

Altro che raptus! Come diceva giustamente un collega, potremmo parlare di raptus se vedessimo un assalitore di 50 chili lanciarsi a mani nude contro un passante molto più grosso di lui, non quando le vittime sono deboli, indifese, inermi, immobilizzate. C’è un lavoro a monte ed è, in piccola scala, lo stesso “lavoro” che fu svolto sugli Ebrei nei campi di sterminio: prima di tutto viene tolto alla vittima il riparo!

E il riparo è, forse, il primo Arché: il principio fondante della vita, ciò che un essere vivente cerca innanzitutto, ciò che garantisce alla creatura una barriera contro il freddo, le intemperie, i nemici; è casa, vestito, muro, tana, punto di partenza e di ritorno, base sicura; è contenimento e possibilità di progetto, sicurezza di continuità e speranza di futuro.

Ogni immagine di esecuzione è un’immagine di completa esposizione. James Foley era, nelle riprese che tutti abbiamo visto, completamente esposto e senza riparo.

La prima arma nelle mani del “terrore”, il primo strumento di ogni terrorismo è quello di far sentire l’altro indifeso e senza riparo: “Sei nelle mie mani, posso colpirti quando voglio, non hai rifugio; la tua casa non è sicura, non hai un vestito se non quello che ti fornisco io e che serve per esporti più che per ripararti; non sei padrone del tuo spazio, del tuo lavoro, del tuo sonno; non hai un’ indipendenza, una privacy; ecc.

Riuscite ad immaginare qualcuno che abbia più diritto ad un riparo di una bambina addormentata?

Alla base del panico (anche di quello clinico di cui soffriamo noi occidentali ben pasciuti, garantiti ed iper-assicurati) c’è l’idea e la sensazione che la minaccia è all’interno, posso sempre essere assalito, non ho luoghi sicuri o ne ho davvero pochi. Sono esposto, insomma, e chi potrebbe attaccarmi è… uno con cui non si può ragionare: sordo, irragionevole, stupido. Uno che ha smesso di ragionare e di sentire, che mi guarda ma non mi vede. Un burocrate che compie le sue azioni senza pensiero e senza coscienza.

Non è un caso che i boia siano mascherati e senza volto e che gli assassini spesso agiscano senza dare all’altro la possibilità di reagire, senza “guardare in faccia”. Chi deve essere soppresso deve essere, prima di tutto negato, reso una cosa, svuotato.

Diceva Hannah Arendt che chi vuole davvero distinguersi, chi vuole non cadere nella trappola della banalità del male, ha il dovere di pensare. E il pensiero va esercitato. Va tenuto vivo lasciando spazio al dubbio e al vuoto, non interrotto alla prima risposta ma “insistito”, forgiato con nuove domande.

C’è un paradosso in questo, una sorta di tendenza contro natura: decidere di pensare e di continuare a pensare è non fermarsi al primo rifugio, accettare di esporsi e di andare oltre.

Succede spesso in psicologia che per rompere un paradosso in cui ci si ritrova ingarbugliati occorra un contro-paradosso, uno stile di pensiero folle quanto quello in cui ci si è imbattuti, una risposta che rompa gli schemi e porti il gioco su un piano diverso, in un contesto in cui le regole che ci avevano intrappolato non siano più valide.

E così… è bene dare rifugio a chi non ce l’ha, è giusto condannare chi toglie rifugio agli altri e chi espone i suoi simili al male, ma ancora di più è necessario passare dal riparo alla capacità di costruirlo. Dal temenos: il luogo sacro, protetto e dedicato, alla techné: la capacità di farlo quel rifugio e di insegnare ad altri il modo per erigerlo.

Compiere questo passaggio, applicare il contro-paradosso che porta dalla banalità del male alla difficoltà del pensare è un compito arduo. Implica una tenacia e una capacità di esporsi che vanno contro al naturale bisogno di ognuno di noi di chiudersi nella propria zona di comfort, nel rifugio del “pensiero facile”. Porta tuttavia con sé un dono: la liberazione da quello che Hillman definì frastuono psichico, un’anestesia che uccide la sensibilità. “Se invece i sensi rimangono vivi, acuti, non anestetizzati, la sofferenza, alimentata dal vivere contemporaneo, non potrà soffocarli, non potrà spegnerli.” (J. Hillman).

James Foley

 

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