Persistere e protendersi

                                                                                                    “La follia è l’assenza di opera”                                                                                                          M. Blanchot

Anni fa ho lavorato in un Centro Diurno che ospitava pazienti con gravi disturbi psichici: schizofrenie, psicosi maniaco depressive e altri stati spesso non ben diagnosticati che, tuttavia, rendevano le persone che ne erano affette non in grado di portare avanti un lavoro, di avere una vita autonoma o di coltivare relazioni stabili al di fuori dell’ambiente protetto della loro famiglia d’origine o del centro in cui venivano ospitati e in cui lo staff di medici, psicologi ed educatori si prendeva cura di loro.

Ricordo che si cercava, all’interno di un programma riabilitativo, di assegnare ad ogni paziente un qualche tipo di lavoro che “lo tenesse impegnato” e che gli permettesse di sentire che stava dando un contributo e che il suo tempo e le sue energie erano tese a svolgere un qualcosa che aveva un senso: le azioni che faceva davano un prodotto che poteva essere esposto, commercializzato, venduto. Un’opera, insomma: un manufatto tangibile, frutto di applicazione e di ingegno, con una sua bellezza e una sua utilità. Carta da lettera ottenuta dal riciclo di altra carta, cornici di cartone, sacchetti di spezie, saponi artigianali, torte…

Ricordo anche che la maggior parte dei pazienti disdegnava qualsiasi tipo di impegno e vedeva le ore di lavoro come un’inutile costrizione, una fatica senza senso che andava fatta per soddisfare le richieste dell’ambiente e le regole della comunità.

Non intravedevano una meta e più di una volta nel tentativo di spiegare a qualcuno di loro perché fosse utile continuare ad impegnarsi, mi sono sentito stupido: adducevo spiegazioni monche, perché io per primo non credevo che si potesse andare da qualche parte senza protendersi. Era inutile che cercassi di convincerli quando io stesso mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro dare un senso al lavoro.

Con gli anni ho imparato che non si può mentire ad un paziente. O meglio, si può farlo come in ogni altro lavoro ma ogni volta che lo si fa occorre ritornare su ciò che si è detto, riprendere l’interpretazione e capire con lui il senso del suo disagio, dei suoi sintomi, delle sue titubanze. Non si può “condire via” una persona: non si può dare una risposta in cui non si crede senza che, chi sta dall’altra parte, se ne accorga in qualche modo e rimanga insoddisfatto, perplesso, “non toccato”, da ciò che abbiamo detto.

Ci si può, all’interno di una comunicazione fra esseri umani (fra mammiferi, penso), toccare in tanti modi: si può essere guardinghi, attenti, educati, franchi, diretti, sfacciati… ci si può sfiorare, tastare, spingere, penetrare, ferire… Ma, se vogliamo che il contatto non sia semplice urto, dobbiamo protenderci: decidere che la comunicazione ha un senso, una direzione, una meta e che noi imbocchiamo quella direzione con l’intenzione di raggiungere l’altro con ciò che abbiamo da dire.

Può darsi che il messaggio sia molto complesso, può essere che nemmeno io sappia “esattamente” cosa voglio dire. Ci sono comunicazioni che, per svolgersi fino in fondo, per dire almeno un po’ di tutto quello che “andrebbe detto”, hanno bisogno di tempo, di elaborazione, di vicinanza e di spazio. E “non mentire” non significa essere brutali, dire tutto ciò che si pensa o attenersi alla formula giuridica “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”.

Quando gli antichi alchimisti intraprendevano la loro opera, l’Opus, il processo alchemico che impegnava totalmente la loro psiche, avevano in mente una meta specifica e, al contempo, assolutamente vaga: la pietra filosofale, la condensazione stessa dell’opera, il fine ultimo del lavoro, dal piombo all’oro, dalla materia grezza e inanimata a qualcosa che fosse in grado di trascendere e che rappresentasse, anche, la trasformazione di chi il lavoro l’aveva compiuto.

La meta e il viaggio e la trasformazione racchiusi in un unico oggetto significativo. Come diceva Jung : “Il fine importa soltanto come idea, ma l’essenziale è l’Opus che porta al fine: esso conferisce alla durata della vita un senso”. Il lavoro, insomma, deve avere un obiettivo, il viaggio non si dà in assenza di una meta.

E il protendersi fa la differenza fra l’andare gettati nel mondo e il progettarsi: decidere che c’è un senso e che si vuole perseguirlo, dare un significato al lavoro, all’incontro e alla relazione.

Non erano i compiti da svolgere che mancavano ai pazienti schizofrenici e non sono le occasioni di impegno che possono curare l’apatia, il tedio e la mancanza di significato che lo schizofrenico sente in modo amplificato rispetto a chi, invece, riesce a “condurre la propria vita”.

E’ difficile (e non solo per chi soffre di una psicosi) tenere fermo un obiettivo, perseguire una meta, stare nel mondo senza essere sopraffatti dagli stimoli continui e trascinati in un susseguirsi di azioni che diventano solo risposte a… tutto ciò che viene continuamente proposto. E’ difficile non disperdere le proprie forze e continuare ad aver cura, persistere in una direzione perché di lì si ritiene di dover andare, come se fosse giusto o bello o significativo.

E non è un caso che la rappresentazione alchemica della meta fosse proprio la pietra. Sentite Hillaman: “Perché una pietra? In che cosa consiste l’essere pietra, la pietritudine? Che cosa dice in particolare all’anima questa immagine della meta…? […] Innanzitutto la pietra porta fatticità, oggettività. La sua presenza è emblematica della definitiva liberazione dalla soggettività. Essere simili a una pietra è essere nel mondo come tutte le altre cose, in mezzo a tutte le altre cose, duri, semplici, compatti, unitari, definiti, senza ambiguità, occupando uno spazio definito, dotati di una durée incontestabile. E tuttavia, ciascuna pietra è diversa da ogni altra, pienamente individualizzata, come una monade, una solida rappresentazione di questo luogo e di nessun altro.” ( J. Hillman Sul lapis: immagini alchemiche della meta.1994)

Occorre essere solidi e compatti per muoversi verso una meta e occorre che la meta stessa come punto di arrivo sia un’immagine di solidità: il risultato dell’opera è un oggetto con una sua forma, un’interezza, un peso. Solo se teniamo a mente questo oggetto, solo se siamo in grado di fissare, rendere fisso e inamovibile, appunto, ciò verso cui ci muoviamo, solo in questo modo possiamo protenderci: muoverci verso e cambiare mentre ci spostiamo; restare noi stessi mentre cambiamo, non perderci nel mondo ma, al contempo, esplorare la realtà, apprenderla, conoscerla.

Sembra un paradosso. Sembra che per essere fluidi e per cambiare, per scorrere come scorre l’acqua, si debba anche essere solidi e compatti, stabili e immutabili. Sono immagini, simboli della plasticità e della trasformazione e emblemi di quell’unione degli opposti di cui Jung ha molto parlato e che sembra essere alla base di ogni processo di individuazione e della sanità mentale, in generale.

Ricordate tutte le volte in cui avete raccolto una pietra. Quante pietre avete portato dai vostri viaggi? Quante volte dopo un duro lavoro o anche solo dopo aver riordinato una stanza vi siete sentiti più compatti? Quante pietre miliari hanno segnato il corso della vostra vita? Quanto spesso avete dovuto dovuto essere ostinate, dure, solide come pietre? O inamovibili? O ordinari?

Tornerò nei prossimi saggi su questa amplificazione e sul significato del persistere e del protendersi.

Vi lascio, per ora con una breve poesia citata da Hillman e da tener presente, quasi come un esercizio terapeutico, quando raccogliete sassi, in queste vacanze, sui vostri sentieri.

Ciascun sasso ha la sua forma
ciascuna forma il suo peso
ciascun peso il suo valore
nel mio giardino mentre li cavo
per le semine di primavera,
e dico, tirandoli fuori uno alla volta,
C’è gioia qui
a poter maneggiare
così tante differenze
ricche di senso. 

David Ignatow “Each stone”

Each stone its shape
each shape its weight
each weight its value
in my garden as I dig them up
for Spring planting,
and I say, lifting one at a time,
There is joy here
in being able to handle
so many meaningful
differences.

Giardino zen

 

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