Mindfulness: un antidoto alla paura

 

Muoviti, ma non muoverti nel modo in cui le paure ti muovono”
Rumi

Il premio Nobel Aung San Suu Kyi, una che di coraggio se ne intende, nel suo libro “Libertà dalla paura”, parlando del potere e del rapporto fra chi lo esercita e chi lo sopporta o subisce, dice: “Non è il potere che corrompe ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura delle punizioni date dal potere corrompe chi a quel potere è soggetto.”

Questa affermazione è terribilmente reale per chiunque viva o abbia vissuto in un regime come quello a cui la scrittrice si è opposta ma credo sia altrettanto vera per noi che, in un contesto molto meno autoritario e relativamente liberi dalle pressioni di un potere non democratico, riusciamo comunque a farci corrompere dalla paura.

Dal punto di vista di uno psicologo la paura, oltre ad essere una delle cosiddette emozioni primarie, è, nell’interazione con i pazienti e, in generale, come oggetto di studio, una costante dello sfondo.

C’è la paura del depresso che si ritira e sente di non avere la forza di vivere, quella dell’ossessivo che crede che solo un mondo stabile e immutato possa garantire un minimo di sicurezza, quella dell’ansioso che la paura la rumina nell’anticipazione degli eventi o nel tentativo di allontanare la minaccia di… ciò che vuole evitare. E c’è una sorta di paura sociale, qualcosa in cui tutti siamo immersi e che, credo, alimentiamo ogni volta che dimentichiamo di rendere abbastanza denso il nostro pensiero.

Dice ancora, nel suo libro, Aung San Suu Kyi: “Una delle più insidiose forme di paura è quella che mascherandosi da senso comune o addirittura da saggezza, condanna come folli, incauti, insignificanti e futili quei piccoli gesti quotidiani di coraggio che ci aiutano a preservare il rispetto di noi stessi e la nostra connaturata dignità.”

E’ una paura che ci fa dimenticare la nostra natura ed è insidiosa proprio perché spegne il pensiero diluendolo e annegandolo nei luoghi comuni.

Esserne preda equivale a cadere nella rassegnazione di chi considera che le cose non cambiano e che non vale la pena sforzarsi per trasformare un mondo che, tanto, non ascolta, non risponde, non si piega.

Quello che sfugge, ciò che non vediamo quando entriamo in questa modalità di pensiero è che noi siamo nel mondo e ciò che facciamo al mondo, alla nostra idea di mondo, lo facciamo, innanzitutto a noi stessi. Vedere “l’esterno” come un inamovibile macigno ci rende duri e rigidi quanto il peso che decidiamo di non poter spostare. E irrigidendoci e diventando, noi, inamovibili, rendiamo vera la “realtà” che abbiamo appena profetizzato.

Quello che io definisco pensiero denso è un pensiero che riflette su se stesso e che va a caccia dei propri bias, di quegli errori sistematici che, come la profezia di cui sopra, determinano visioni distorte del mondo senza che, chi lo osserva, se ne accorga.

Se state contestando questa affermazione pensando che non esiste una visione corretta e, sempre, ci imbatteremo in errori di “lettura”, bene! Siete sulla giusta strada: il pensiero denso è quel pensiero che sempre si interroga e che, quando raggiunge una visione, è pronto ad osservarne gli effetti e a valutarne le implicazioni. Emotive, prima di tutto. Quanto questo modo di vedere mi rende vivo? Quale forma vitale evoca in me questo pensiero di cui “sono preda”? Cosa attiva/disattiva? Mi rende servo, soldato, padrone, tiranno…? L’ho davvero pensato io?

Queste e altre domande contribuiscono ad addensare il pensiero e ci rendono Mindful: attenti alla mente, al corpo e a ciò in cui siamo immersi. Sono anche un antidoto alla paura e all’ansia perché ci aiutano ad essere degli osservatori e a sospendere il giudizio. Poche paure sono davvero motivate. È giusto temere un avversario in carne ed ossa, è giusto essere prudenti di fronte a certi eventi e a certe minacce. Ma spesso, molto spesso, il nemico è un fantasma o è un bravo evocatore di fantasmi.

L’assenza di paura può essere un dono, ma probabilmente la cosa più preziosa è il coraggio che si acquisisce attraverso la disciplina, il coraggio che deriva dal coltivare l’abitudine al rifiutare che sia la paura a dettare le nostre azioni, un coraggio che può essere descritto come ‘grazia sotto pressione’ – una grazia che si rinnova ripetutamente di fronte alla severa e continua pressione.”( Aung San Suu Kyi).

Mantenere la grazia non significa non avere emozioni e nemmeno non avere paura. Significa, però, non cadere nella tentazione di un pensiero “annacquato”. Significa tenere presente che noi mettiamo i confini e noi determiniamo continuamente la visione del mondo.

Come diceva Calvino, dando voce al suo Marco Polo nelle Città invisibili: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere ci e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”.

Aung San Suu Kyi

 

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