Psicologia e fantasia I

Tolkien

Tolkien’s drawing of Rivendell

 

Spesso quando parlo di miti, del loro potere esplicativo e della rilevanza di certe immagini antiche per la psiche moderna, sento la solita, comprensibile, obiezione: “Come possono queste storie influenzare veramente il mio pensare, il mio sentire e, addirittura, la mia salute mentale?”

I due brevi brani che ho tradotto e che potete leggere qui di seguito danno una parte di risposta e alcuni spunti di riflessione a quella parte di mente che fatica a cogliere l’importanza della fantasia e dell’istinto della mente per le storie.

Il primo brano è dello scrittore Jordan Jeffers e parla del celebre J.R.R.Tolkien, il secondo è di quest’ultimo che, prima di diventare il creatore della saga Il signore degli anelli era, innanzitutto, un filologo e uno studioso della lingua anglosassone. (Vi lascio per entrambi i pezzi i link agli articoli da cui li ho tratti)

“Tolkien è uno storyteller, un creatore di miti che ha creduto che i miti dimostrassero la verità e che la verità non potesse essere completamente compresa a prescindere dal mito. Non potremmo avere una piena visione delle stelle fin quando non potremmo vederle anche come “canti dell’argento vivo”; così come non avremo una piena comprensione della Terra finché non saremo in grado di concepirla come nostra madre. I nostri miti hanno un grande importanza e ciò che noi pensiamo degli Elfi aggiunge significato e intensità a ciò che noi pensiamo di noi stessi.”

Nel controbattere alle tesi di Max Muller che vedeva la mitologia come un “disturbo del linguaggio”, Tolkien ribadisce che: “La mitologia non è affatto una malattia, anche se, come tutto ciò che è umano, può diventarlo. Si potrebbe infatti dire che anche il pensiero è una malattia della mente. Sarebbe molto più vicino alla verità dire che le lingue, specialmente le moderne lingue europee, sono una malattia della mitologia. Ma naturalmente la Lingua non può certo essere squalificata in questo modo.

La mente incarnata, l’uso del linguaggio e il racconto, la storia, sono coevi, nati insieme, nel nostro mondo. La mente umana, dotata del potere della generalizzazione e dell’astrazione, non vede solo erba-verde, discriminandola da altre cose (e trovandola bella da vedere), ma vede che è verde oltre ad essere erba. Quanto potente e quanto stimolante fu, per la facoltà che l’aveva generato, l’invenzione dell’aggettivo: nessuna formula magica e nessun incantesimo del mondo fatato sono più potenti di esso. E questo non ci deve sorprendere: gli stessi incantesimi potrebbero in verità essere visti solo come una versione diversa dell’aggettivo, una parte del discorso nella grammatica mitica. La mente che pensò al leggero, al pesante, al grigio, al giallo, al fermo e al fulmineo, pensò anche alla magia che era in grado di rendere le cose pesanti leggere e in grado di volare, trasformare il grigio piombo in giallo oro e la ferma roccia in acqua che scorre. E se poteva fare una cosa, poteva naturalmente fare anche l’inverso. E inevitabilmente fece entrambe le cose. Se possiamo estrarre il verde dall’erba, il blu dal cielo e il rosso dal sangue abbiamo già, su un certo piano, il potere di uno stregone; e si desta nelle nostre menti il desiderio di esercitare quel potere nel mondo esterno. Non ne consegue che lo useremo nel modo corretto su tutti i piani. Potremmo mettere un verde mortale sulla faccia di un uomo e produrre un orrore; potremmo far splendere la rara e terribile luna blu; o potremmo far sì che i boschi si riempiano di foglie d’argento o che i montoni possiedano velli d’oro e immaginare che un freddo verme abbia un ventre pieno di fuoco. Ma in queste cosiddette “fantasie” nuove forme vengono alla luce; la Magia inizia e l’Uomo diventa una sorta di creatore.”

Quando immaginiamo usiamo un’intera collezione di aggettivi: attribuiamo caratteristiche agli “oggetti” che incontriamo, nel mondo e nel pensiero. Facendolo, li coloriamo e li rendiamo “potenti”. Ciò che, spesso inconsapevolmente, facciamo è un’aggiunta: sfumature e tratti che, determinando in larga misura la qualità degli oggetti con cui entriamo in contatto, determinano anche le nostre risposte, la nostra descrizione e il nostro umore.

 

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