Mnemosyne: la memoria e il pensiero

 

Per scrivere romanzi non c’è bisogno
d’immaginazione ma soltanto di memoria.
I romanzi si scrivono intrecciando ricordi”
R.Bolaño

Qualche giorno fa ho citato in un tweet una frase del romanzo La Pelle di Curzio Malaparte in cui un personaggio sostiene di essere contento di appartenere ad una generazione vinta perché “…Una generazione vinta è una cosa molto più seria di una generazione di vincitori.”

Chiosavo su questa frase aggiungendo che molto pensiero inizia da una sconfitta e un amico mi faceva notare che, sì, è vero, ma ci deve essere la disponibilità a pensar-si, altrimenti ogni sconfitta è solo vano sbatter la testa (sic).

Ha ragione: essere dalla parte dei vinti o essere dalla parte dei vincitori conta ben poco in termini di Pensiero a meno che non ci sia un intento vero, una disposizione a pensare.

Anch’io intendevo proprio questo e, nel farlo, mi appoggiavo (mi appoggio come si fa quando si sale sulle spalle dei giganti) su una teoria fra le più riconosciute nel mio campo: quella che, nella scia di Winnicott e di Melanie Klein, fa risalire la capacità di pensare a quei momenti in cui il bambino scopre la propria solitudine, quelle prime volte in cui la madre non è immediatamente pronta a soddisfare i suoi bisogni e non accorre subito, al suo primo vagito, per fornire cibo, conforto, contenimento.

Lì il piccolo essere umano si trova a dover gestire un bisogno senza la vicinanza di chi è geneticamente predisposto ad aspettar-si. A partire dal riflesso di suzione, presente quasi subito dopo la nascita, il bambino è pronto per essere soddisfatto da un seno che si aspetta. Come un piccolo consumatore vincente e come qualsiasi altro cucciolo di mammifero “sa” che ad un suo richiamo qualcuno arriverà e si prenderà cura di lui.

E’ questa predisposizione, osservabile e studiata a lungo, che fece dire a Winnicott “il bambino non esiste”: non possiamo osservare il bambino da solo perché ogni cucciolo umano è all’interno di una relazione e, quando quella relazione, dopo un periodo iniziale di presenza costante, comincia a mancare, la pensa!

Abbiamo cominciato a pensare per riempire un vuoto. Abbiamo messo lì un’immagine consolatoria, un’idea di madre, mentre, succhiando il pollice, tentavamo di allontanare l’angoscia di essere soli ed esposti. Si dice, con un brutto termine, che il bambino “allucina la madre/il seno/ciò che dovrebbe soddisfarlo”: riesce a mettere lì un’immagine e, poi, a relazionarsi con essa. In questo primitivo aver a che fare con l’altro, vengono poste le basi del pensiero.

Tenere stretta un’idea. Un’emozione, un sentimento. Il fondamento della memoria. Se ci pensate potete notare quanto ogni pensiero, ogni pezzo di informazione, le stesse lettere che leggete in questo momento, contano sulla memoria, sulla capacità di restare in vita quel tanto che serve per “il prossimo passo”, qualcosa che le colleghi a qualcos’altro dentro o fuori di voi, un gesto che, elaborando l’informazione, la trasforma, la incamera, la confuta, l’accompagna…

Quel primo gesto da cui, a cascata, discendono innumerevoli frammenti componibili che si trasformano in linguaggio, verbale e non verbale, in cenni, accenti, enfasi, passaggi di senso e sproloqui, trasferibili, comunicabili…

Dalla capacità di ritenere e dallo sforzo di riempire il vuoto, da una sconfitta, da una negazione dell’onnipotenza, (ché se al primo schiocco di dita potessi avere tutto ciò che desidero che bisogno avrei di rappresentarmelo) nasce il pensiero, insomma.

E non è un caso che per i Greci Mnemosyne, la dea che rappresenta la memoria, fosse la madre delle Muse. Per nove notti la figlia di Urano e Gea, una Titanide, viene amata da Zeus. Dai loro amplessi nascono le dee protettrici delle arti, evocate dai poeti per l’ispirazione e dai cantori, gli aedi e i rapsodi, perché li accompagnino nel difficile compito di recitare a memoria le imprese degli eroi, le loro pene e i loro amori, le loro vittorie e le loro sconfitte.

La Musa ispira il canto, fortifica e vitalizza la memoria del cantore, lo spinge a ricordare il verso, la storia e la musica da pizzicare sulla cetra.” (M.Nucci Le lacrime degli eroi)

Per tenere a mente, per tenere presente serve l’aiuto di una Musa. Senza il ritmo, la poesia, la danza, la musica, il canto… niente rimane attaccato.

Il cervello non funziona affatto come un computer: non si tratta di appiccicare informazioni con una sorta di “copia e incolla”, nemmeno l’infante fa così; l’essere umano ha bisogno di appigli per ricordare.

Solo se si trova un modo per partecipare al ricordo, solo se si lascia che qualche corda venga toccata in noi le cose vengono salvate ( per un po’, almeno) dal vuoto. Solo con una certa dose di immedesimazione possiamo fissare i ricordi.

La memoria fluisce attraverso il canto di chi ascolta. La storia spinge a ricordare, spinge all’immedesimazione dello spettatore, come oggi del lettore. E solo chi ricorda partecipa, solo chi trasalendo torna indietro in un luogo che ha vissuto o crede di aver vissuto o sente di poter vivere. Immedesimazione significa ricordo e chi ricorda il passato è chi conosce il futuro. E’ per questo che memoria è tutto in letteratura. E che memoria è tutto nei primi esemplari della nostra letteratura.”(M.Nucci Le lacrime degli eroi)

E’ come se la memoria e il vuoto andassero a braccetto: il cantore/attore si svuota e, come in una trance, lascia spazio alla Musa e re-cita, dice di nuovo e, in una certa misura, interpreta.

Dice la verità? Riporta fedelmente? Comunica ciò che il poeta e, secondo i greci, in ultima analisi, il dio, voleva comunicare?

Restiamo in-cantati (in/nel canto) ad ascoltare ma siamo sicuri che non stia deviando (delirare significa proprio “uscire dal solco”)?

Quando un paziente racconta lo si invita, poi, a pensare. Non perché corregga quello che ha detto, non perché si attenga ad una versione accettabile dei fatti, ma perché consideri il vuoto che c’è dietro ad ogni racconto. Quale Musa ha ispirato non tanto i suoi ricordi, quanto il modo in cui li ha espressi. Questa riflessione, questo “fletterci nuovamente su noi stessi e sul vuoto di cui siamo portatori” ci permette di capire o perlomeno di considerare il buco che stiamo riempiendo e ciò che diventiamo nell’atto di farlo.

Ci riporta inoltre al bambino/a che siamo stati e al mito in cui siamo immersi. Ci fa pensare ed evita, forse, il “vano sbattere la testa”.

 Mnemosyne

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