Formae Mentis

 

Io giro intorno a Dio, intorno all’antica torre,
e giro per millenni e ancora non so,
se sono un falco, una tempesta o un lungo canto”
R.M.Rilke

La forma e le forme della mente. Sembra chiaro ormai, anche alla luce di studi sempre più accurati sul cervello e sulla sua plasticità, che la mente è continuamente modellata dalle azioni che compiamo e dalle informazioni che raccogliamo. Lo stesso concetto di Io/sé che Cartesio postulava come un immutabile osservatore che pensa e dunque è, risulta con evidenza essere una funzione: “qualcosa” che pur mantenendo una sorta di permanenza, muta continuamente e, dall’esterno è influenzato, perturbato e formato, appunto.

Come il poeta giriamo intorno a qualcosa e nel nostro “errare” modifichiamo la forma del nostro cervello, tracciamo dei solchi che si approfondiscono in base all’esperienza che viviamo ma anche (e forse soprattutto) in base alla descrizione che ne diamo.

L’antico proverbio orientale che fa derivare il comportamento dall’azione e questa dal pensiero è vero sia in un verso che nell’altro: semina un pensiero e avrai un’azione ma, anche, ripeti a lungo un’azione e, da questa sgorgheranno pensieri e, poi, teorie e sistemi, modi di pensare e di leggere la realtà. Inutile insistere sull’idea di mondo liquido se poi popoliamo questo mondo, che riconosciamo non più stabile, sicuro, duraturo, di sé rigidi, solidi o solo apparentemente versatili.

La forma e le forme della mente. Se l’informazione forma e modella e dà origine a “certi tipi di mente” e, ricorsivamente, a certe risposte/azioni/tipi di mente converrebbe chiedersi spesso: “ Dove sono? Intorno a cosa sto girando? Quale idolo/dio determina ciò che divento?”

E se il sé è una funzione, se non è vero che siamo dati così come siamo e rimaniamo tali nonostante le azioni che compiamo e le informazioni che raccogliamo, beh, allora, svegliarsi ad una nuova descrizione, più complessa ma più euristica, diventa essenziale.

Uno dei miei autori preferiti, James Hillman, sosteneva che bisogna accettare in noi la molteplicità: arrendersi all’idea che la psiche non può girare intorno ad unico punto.

Il curatore di una raccolta di suoi scritti (Fuochi Blu), Thomas Moore, introducendo la parte relativa al politeismo psichico, dice: “Una psiche politeistica non è la stessa cosa di un’anima frammentata. Alcuni, di fronte all’accento posto da Hillman sul politeismo, obiettano che la sua psicologia non è che un’ennesima versione di una più generale frammentazione culturale che va di pari passo con l’attuale tendenza patologica a polverizzare tutto: nell’arte, nella vita e nella politica. Ma la diagnosi di Hillman è diversa […]. Quando scacciamo la molteplicità dalla definizione di noi stessi, siamo condannati a vivere la frammentazione là fuori, nella società. A mio avviso, abbiamo bisogno di una psicologia che dia spazio alla molteplicità, senza pretendere l’integrazione o altre forma di unità, ma una psicologia che proponga un linguaggio adatto a una psiche dalle molte facce. Il politeismo psicologico di Hillman non dipinge una vita di caos, bensì una vita dai molti elementi che vengono via via alla ribalta e poi si ritirano, che ora si contrastano e ora si connettono, in un ricco contrappunto di temi e di episodi.”.

Si tratta insomma di non rimuovere e negare la molteplicità della mente. Accorgersi di quanto non siamo un io monolitico attorno a cui gira tutto il resto ma, piuttosto, un teatro in cui compaiono di volta in volta versioni del sé. Questa visione corrisponde a una re-visione della psicologia e apre le porte ad un’interpretazione meno semplicistica del rapporto fra l’individuo e la realtà che lo circonda.

Le forme della mente piuttosto che la forma di una mente unilaterale e aprioristicamente semplice e, quindi, inadatta alla complessità del mondo.

Sia falco, che tempesta, che lungo canto.

2001 Odissea nello spazio

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