Stati di coscienza: “Senza memoria e senza desiderio”

Complicare è facile, semplificare è difficile.
Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori
che è possibile compiere in un campo molto ristretto”
Niels Bohr

Racconta lo psichiatra J.S.Grotstein che, quando in una delle prime sedute con il suo maestro W.R.Bion, gli chiese di ripetere un’interpretazione che questi aveva appena formulato, si sentì rispondere: “Non posso ripeterla, il tempo è passato, dovremo riafferrarla a valle nella sua trasformazione.”.

Tale era la visione di Bion riguardo allo scorrere del tempo in seduta e riguardo all’atteggiamento che un terapeuta dovrebbe avere e che anche un paziente dovrebbe apprendere riguardo al flusso di coscienza. Siamo così abituati ad una sorta di stato di coscienza usuale in cui siamo noi a: fermare il tempo, trattenere certe informazioni, determinare il ritmo della nostra coscienza… che crediamo che questo modo, questa qualità dell’intercalare gli eventi e i pensieri, sia quello da privilegiare sempre e comunque.

Quello che sfugge quando si adotta acriticamente questo punto di vista è che l’idea di poter fermare gli eventi per riesaminarli o di poter imbrigliare la mente e “fare il punto” non è che uno dei modi per pensarsi e per leggere il proprio stato d’animo.

Quel che avviene, invece, quando si accetta di pensare più profondamente, è una specie di passo indietro che promuove e permette una consapevolezza di quanto certi gesti interni, certi modi di mettersi e di contenersi (quelle che in una delle mie prime cronache ho definito prese) determinano lo scorrere del flusso di coscienza, il suo contenimento e, quindi, il suo contenuto.

Siamo noi che tracciamo i confini e siamo noi che, spesso inavvertitamente, causiamo quello stato interno che, come uno sfondo, fa o non fa risaltare gli elementi che vi si sovrappongono.

L’ho già scritto e ribadito in molti dei post di questo blog e vado avanti a raccontarlo in modi diversi, citando diverse fonti, perché sono convinto che occorra uscire da quella che definisco Ipnosi del Solito Stato di Coscienza: una modalità abituale che impedisce l’esercizio di quelle che Bion definiva prospettive reversibili, altri punti meno abituali da cui guardare il mondo, la psiche e “noi stessi”.

Cambiare lo sfondo, il contenimento, la presa, non sono che metafore per mettere l’attenzione sul fatto che, anche se dovrebbe essere palese, continuiamo a scordarci di quanto la “realtà” in cui siamo immersi è determinata dal mondo e da noi, dall’esterno e dall’interno.

Viviamo in un mondo che privilegia compulsivamente la prospettiva secondo la quale è il contesto che determina il nostro umore, le nostre opinioni su noi stessi, le nostre priorità. L’idea che passa continuamente, che viene ribadita dai mezzi di comunicazione e che spesso noi stessi salmodiamo come un mantra di sottofondo, è qualcosa che suona pressapoco così: “Devo fare questo e quest’altro perché facendolo mi procurerò i mezzi e le occasioni per sentirmi in questo e in quest’altro modo… il ché poi mi darà la possibilità di fare… così che potrò procurarmi anche…”.

Naturalmente, come diceva Maslow, non appena un bisogno viene soddisfatto se ne presenta un altro più sottile e sofisticato che a sua volta esige di essere soddisfatto e… così via.

Bion suggeriva ai terapeuti di esercitarsi nello sforzo di abbandonare memoria e desiderio per diventare insaturi: sufficientemente vuoti per ascoltare il paziente con una mente sgombra, senza proiettare su di lui le cose che di lui “già sappiamo” e senza aspettarci che cambi nella direzione che “desideriamo”.

Sapeva, naturalmente, che è impossibile essere senza memoria e senza desiderio, ma sapeva anche che nell’esercitarci in questo compito impossibile, possiamo fare qualcosa che ci guarisca almeno un po’ da quella saturazione che ci orienta continuamente verso ciò che dovremmo fare per essere felici o stabili o adatti, ecc.

Sapeva anche che questa posizione del terapeuta favorisce una posizione diversa del paziente verso se stesso. Racconta ancora Grotstein che, una volta, dopo che aveva reagito ad un intervento particolarmente efficace di Bion, esclamando: “E’ stata una bella interpretazione”, si sentì rispondere: “Sì, una bella interpretazione sostiene lei. L’intoppo è che la mia bella interpretazione è stata resa possibile soltanto in virtù delle sue belle associazioni. Ma lei era talmente smanioso di ascoltarmi che ha dimenticato di ascoltarsi mentre parlava.”.

Quello che fa in questo caso l’analista è un’altra interpretazione che mette l’accento sulla condizione di saturazione del paziente che è così pieno di aspettative (desideri) da non avere più spazio per sé. Naturalmente, nella vita di tutti i giorni, succede spesso anche il contrario: siamo così impegnati ad ascoltare il nostro dialogo interno che non abbiamo più spazio per l’altro.

In entrambi i casi la saturazione andrebbe curata, se non altro per favorire uno stato di coscienza diverso in cui ci sia posto per l’osservatore oltre che per l’attore. Diceva ancora Bion allo stesso paziente, in una seduta in cui questi si sentiva depresso per una situazione che si era creata nella sua vita: “Eccola qui, lei, la persona più importante che probabilmente lei possa incontrare nel corso della sua esistenza, che mi racconta di avere dei rapporti tesi proprio con questa persona.”. I rapporti tesi che possiamo avere con noi stessi sono un tipo di presa che esercitiamo su ciò che crediamo essere noi stessi.

Ma: “Chi è costui? E’ reale? Quanto è frutto di una serie di aspettative nostre o degli altri? Quanto è il risultato di certe memorie piuttosto che di altre?”. Sono domande senza risposta che, tuttavia, vanno poste! Perché il porle ci permette di mettere l’accento su quella serie di gesti interni che determinano la condizione nella quale siamo o riteniamo di essere.

Porci queste domande ci permette di compiere alcuni passi di lato rispetto al solito stato di coscienza, e di farne alcuni verso altri modi, spesso più ecologici, di essere.

Mi viene in mente, a questo riguardo, una storia zen che mette l’accento su uno stile di vita distante da memoria e da desiderio:

Il Maestro Zen Hakuin era rispettato dai suoi vicini come un uomo molto puro. Un giorno si scoprì che una bellissima ragazza che viveva vicino alla casa di Hakuin era incinta. I genitori erano molto arrabbiati. All’inizio la ragazza non voleva dire chi era il padre, infine, con grande tormento, indicò Hakuin. In gran collera i genitori si recarono da Hakuin, ma tutto quello che lui disse fu: ‘Ah, è così?’ Quando il bambino nacque fu portato da Hakuin – che nel frattempo aveva perso la sua rispettabilità, benché la cosa non sembrasse disturbarlo affatto. Hakuin si prese cura del bambino. Riuscì ad ottenere del latte e del cibo dai suoi vicini e tutto ciò di cui il bambino aveva bisogno. Un anno dopo la povera ragazza, non potendo più sopportarne il peso, raccontò ai genitori tutta la verità: il vero padre era un giovane che lavorava al mercato del pesce. Il padre e la madre della ragazza corsero come fulmini da Hakuin a dirgli tutta la storia scusandosi per il tempo passato, invocando il suo perdono, e riprendendosi il bambino. Mentre porgeva amorevolmente il bambino, Hakuin disse: ‘Ah, è così?’.” (B.S.Rajneesh, Dieci storie zen)

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