Eudaimonia

“L’anima sempre metaforizza”
Plotino

“Ethos anthropoi daimon”
Eraclito

La seconda frase di cui sopra, che ho volutamente lasciato nella lingua in cui è stata scritta, il greco antico, può essere tradotta in vari modi. Uno dei più conosciuti traduce: “Il carattere è destino”; un altro modo di rendere la stessa frase è “L’uomo abita presso il dio/demone”. Sembrano due concetti molto diversi ma vedremo in questo saggio che, come spesso accade, entrambe le interpretazioni aiutano a chiarire il senso di questa affermazione che, da più di due millenni, influenza le nostre vite, informa la nostra cultura e condiziona i nostri costumi.

Prima di entrare nel tema è, tuttavia, importante una avvertenza: ciò di cui tratto in questo saggio non è che una metafora: un espediente per parlare della Psiche e del comportamento, un modo per dire qualcosa che non può essere ben definito e a cui ci si “approssima” nel tentativo di rendere l’idea e di spiegare qualcosa che si intuisce ma che non verrà mai completamente afferrato e “dimostrato”.

Come tutte le metafore non va presa alla lettera: il letteralismo rende “solida” la metafora e reifica, concretizza, i suoi termini facendoli diventare degli oggetti. Parlando di daimon non descrivo un’entità in carne ed ossa o un “essere spirituale” quanto, piuttosto, una figura che ci aiuta a comprendere qualcosa sulla nostra interiorità.

Il daimon è un’immagine antica, presente, con nomi diversi, in diverse culture: nella nostra potrebbe essere, per certi versi, assimilata a quella dell’angelo custode, nelle culture dell’America Centrale è definito come un “nagual”, un animale sacro, uno spirito guida che può essere percepito nelle esperienze di coscienza alterata come quelle che si raggiungono con l’assunzione di droghe psicotrope.
Nell’antica grecia il racconto che più diffusamente ne parla è conosciuto come “Il mito di Er” che Platone riporta nel decimo libro de “La Repubblica”. In questa storia si narra di Er, un guerriero che, caduto in battaglia, si risveglia poco prima di essere bruciato sul rogo funebre e si mette a narrare la sua esperienza “fra le vite”.

Er racconta di ciò che ha visto nell’aldilà: un luogo in cui le anime si raccolgono dopo aver lasciato il loro corpo terreno. In questo luogo le anime, al cospetto delle Moire (le Parche dei latini: Lachesi, Cloto e Atropo) scelgono il loro destino e, adottandolo come un paradigma (un modello, una matrice) che influenzerà la loro vita futura, si avviano alla discesa verso la terra, sulla quale avranno la possibilità e il dovere di adempierlo.

Dopo un sorteggio che stabilisce l’ordine in cui ognuna potrà scegliere, ciascun’anima si trova di fronte ai molti paradigmi che potrà “indossare”: vite di uomini o di animali, vite più o meno difficili, fortunate o sfortunate, da tiranni o da servi, da persone importanti o di umili origini.

E: “Quando tutte le anime ebbero scelta la propria vita, si presentano a Lachesi (che significa destino) secondo l’ordine del sorteggio; a ciascuna ella assegnava come custode della sua vita e come esecutore della sua scelta il demone che si era preso” (Platone, La Repubblica).

A questo punto il daimon guida l’anima da un’altra Moira, Cloto (la filatrice), che conferma il suo destino, e poi, dall’ultima di queste divinità, Atropo (che significa inevitabile) che lo rende ineluttabile.
Non resta che l’ultimo passaggio: prima di scendere nel mondo le anime sostano nella pianura del fiume Lete e sono obbligate a berne l’acqua. L’acqua del Lete è in grado di far dimenticare; e quelle di loro che non riescono a trattenersi, quelle che non possiedono abbastanza discernimento, ne bevono molta. Saranno quelle che meno ricorderanno la loro scelta.

Il demone, tuttavia, non beve e, quando insieme vengono lasciati cadere sulla terra per affrontare l’esperienza del nascere, rimane consapevole del destino a cui è rimasto come incatenato.

Insomma, questa storia racconta di come ognuno di noi, qui su questa terra, percorre la propria vita seguendo, necessariamente, ciò verso cui è portato.

Ciò che “ci porta” è il nostro daimon: una parte di noi che è come se non avesse mai scordato la propria natura, la propria scelta e, quindi il proprio carattere (carattere significa proprio “impronta”, qualcosa di scritto indelebilmente in ciascuno di noi).

Ecco un primo senso della traduzione “il carattere è destino”: il demone è carattere nel senso di impronta specifica che do alle cose quando le tocco; è il mio modo di pormi quando mi relaziono con gli altri, ma anche la forza che metto nelle cose, soprattutto quando le faccio istintivamente, nel modo che io considero autentico e sicuramente mio.

Questa parte di noi non ha scordato il destino che ha scelto e, come dice M.Cacciari ne “L’Angelo Necessario”: “ Nell’interiorità il daimon continuerà a rivelarsi all’uomo, nel corso della sua esistenza (e gli uomini demonici, come Socrate, sapranno percepire la voce con imperiosa nettezza) ma proprio al fine di confermarla nei limiti, nel corso che esso ha voluto liberamente per sé, prima di ricadere nel corpo….” (pag. 60).

Questo ci porta alla seconda traduzione del frammento di Eraclito: dire che “l’uomo abita presso il demone, presso il nume/dio” significa che, in ognuno di noi, c’è questa tendenza a superarsi, questa spinta a realizzare la propria natura e a perseguire una scelta che intuisce essere quella che gli è più congeniale (congeniale significa, appunto, confacente al temperamento e all’indole di una persona).

Questa tendenza è come un desiderio che non è mai completamente soddisfatto e che ci spinge ad andare oltre, a diventare “più bravi” in un determinato campo, con un interesse che, a volte, può sembrare ossessivo o morboso ma che, proprio per questo, continua a spingere l’anima verso qualcosa che considera in qualche modo sovrumano e, allo stesso tempo, istintivo e demonico, appunto!

Ecco perché nelle nostre passioni c’è una sorta di fuoco, qualcosa che in qualche modo corrode e diventa motivazione e spinta, non “solo volontà”, ma “voglia”.
Sentire il proprio daimon è appassionarsi, coinvolgersi, trarre piacere da ciò che si sta facendo, farlo bene!

Gli antichi greci chiamavano questo stato eudaimonia: l’essere in armonia con il proprio demone e, quindi, potersi dedicare interamente come quando si compie un gesto senza condizioni e con quella determinazione che deriva dal sentire che, compiendolo, si fa un passo consono con il proprio destino. E’ una condizione che rende alcune delle moderne definizioni di felicità anemiche e sterili.

Può darsi che ci siano volte in cui essere eudaimonici coincida con l’essere felici, ma credo che un parametro più adeguato della felicità, per misurare l’armonia con il proprio daimon, sia quello dell’intensità.

Nel mito platonico all’anima viene concesso di scegliere il proprio destino e con esso (come se fossero la stessa cosa) il proprio daimon. Ma una volta che questi è stato scelto, l’anima rimane vincolata al proprio destino e, quindi, alle proprie passioni e predilezioni.

E il fatto che un individuo prediliga certi aspetti dell’esistenza, il fatto che ritenga idonei certi mezzi e che ne scarti, come se nemmeno li vedesse, degli altri è, nella psicologia platonica, nient’altro che la dimostrazione di una tendenza innata e, in ultima analisi, dell’urgenza con cui il demone punta ed insiste sul destino. L’intensità in questo senso è il risultato della consonanza e della sintonizzazione con il proprio daimon.

______________

E’ a questo punto che un saggista semi serio ascoltando il proprio daimon… si ferma (consigliando a chi voglia approfondire il concetto di daimon e il suo rapporto con la Psiche l’ottimo libro di J.Hillman “Il codice dell’anima”) e, facendo un passo indietro, (che va così di moda, ultimamente) torna all’avvertenza iniziale.

Questa è solo una metafora: un espediente per parlare della Psiche… e per farsi qualche domanda: cosa mi appassiona, qui e ora, in questo frangente storico?, sono proprio così eudaimonico se fra un telegiornale e l’altro “mi appassiono allo spread e all’andamento della Borsa?, non è che le mie passioni spingano in direzioni diverse e che il daimon ne soffra di questo clima e abbia bisogno di nutrirsi di qualcos’altro? O anche, in termini più psicologici e più “individualistici”: di cosa mi devo ricordare?, cosa devo mettere al primo posto quando mi occupo di “quel che ne sarà di me”?, cosa dà intensità alle mie azioni e ai miei pensieri?

E’ tanto per chiedere…ed è per usare una metafora nel modo in cui andrebbe usata: come una chiave per vivere, un mezzo idoneo (vedi il prossimo saggio) per guardare tenendo presente il “dentro” mentre sono costretto a guardare fuori e a preoccuparmi di quello che succede intorno a me, in questo momento di “crisi”.

La parola “crisi” deriva dal greco krisis che significa separo e, figurativamente, “decido” faccio una cernita, una scelta. Una scelta, nel momento della crisi, in quello che i greci chiamavano kairos: il momento supremo e decisivo, è un atto cruciale, qualcosa che può fare la differenza, in medicina, ad esempio, fra la morte di un paziente e la sua guarigione. Un bravo medico doveva, secondo Ippocrate, saper cogliere quell’esatto momento e intervenire, secondo scienza e coscienza, per sfruttarne tutta la potenza.

Se uso bene la metafora, se decido di tenerne conto e di sfruttarla come una chiave di lettura, devo considerare, nel momento della crisi, la scelta che ho già fatto: ho scelto un daimon e, con esso, un gusto, una predilezione, un destino.

Prescindere da questa scelta è scindermi, ripudiare le mie passioni, perdere il mio carattere e la mia impronta.

Con il mito di Er Platone mette l’accento sulla libertà che ognuno di noi ha avuto nel momento della scelta e sulla responsabilità e la necessità di incarnare la libertà di quel momento.

Chi dice che “è solo una leggenda” dimentica che “sempre l’anima/la Psiche metaforizza” e che bisognerebbe innanzitutto prestare orecchio a ciò che in noi non ha affatto dimenticato.

E’ solo una metafora, una buona metafora!

7 thoughts on “Eudaimonia

  1. mari

    Già, solo una buona metafora…
    Dopo Jekyll e Hyde anche il Daimon…che grande affollamento!
    Ringrazio per la chiave di lettura. Cercherò di farne tesoro per le inevitabili riflessioni che seguirano la lettura di questa cronaca.

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    1. drdedalo

      Se questa domanda te l’ha fatta lui, il tuo daimon, vuol dire che sei a buon punto. 🙂
      Il termine e l’idea di “cretino” corrispondono ad una categoria umana che poco ha a che vedere con il daimon. Diogene, che viveva in una botte e andava in giro in pieno giorno con una lanterna accesa, veniva considerato da molti un pazzo o un “cretino”. E ho sentito persone che considerano Dario Fò poco più di un pagliaccio, mentre altri hanno deciso di assegnargli il Nobel. Insomma, quando parliamo di istintualità, talento e predisposizione, dobbiamo stare attenti ai giudizi e agli standard con cui misuriamo.
      Se vuoi saperne di più sulle “caratteristiche” dei daimon personali puoi leggere il libro di Hillman citato più sopra.
      A presto, drdedalo

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      1. Rita

        Non metto in dubbio che la questione sia relativa, ma credo che il mio Daimon sia un po’ agitato mentre io vorrei solo starmene tranquilla. Forse un giorno lui invecchierà e si stancherà, e così faremo la pace. 🙂
        Leggerò il libro e andrò a fondo della questione, grazie per il consiglio. Un abbraccio, Rita

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  2. Jean Santilli

    Grazie, Gent. Mauro Pellegrini, per questa bella pagina, trovata per caso interrogando l’oracolo di Google a proposito di Plotino. Leggerò il resto, con calma. Malgrado la calura, sento come un sussulto di tutto il corpo, non solo della gamba: reagisco alla martellata leggera che lei non mi ha dato e che pure ho ricevuto. Si sa, il testo ha sempre due genitori: chi lo scrive e chi lo legge.

    Per esempio, il suo nickname, insieme al suo CV, mi rimettono in mente riflessioni che mi hanno occupato vent’anni fa e che ho messo da parte, per la stessa prudenza che mi spinge ad esprimermi in modo criptico.
    Drdedalo, che leggo Dr Dedalo, in italiano dott. Dedalo, mi sembra una contraddizione, che il Dottore si proponga di aiutare i pazienti a vivere nel labirinto, o di aiutarli ad uscirne. La seconda missione sembrerebbe la più logica; nella lettura abituale del mito, si pensa al labirinto come un problema, un luogo dal quale bisogna uscire, magari seguendo il filo della Dott.ssa Arianna. Ma l’arch. Dedalo, costruttore del Labirinto, ne esce volando (verbo uscire al presente eterno), non senza avvertire il figlio: « non troppo in alto, caro…» Uscire o non uscire? Diventare adulti o rimanere bambini? Tendere alla conoscenza, salire la montagna, sì, certo, ma fino a che punto? Dov’è quel luogo pericoloso, quel trampolino di lancio che chiamo Il Salto di Icaro?

    Un caro saluto,

    Jean Santilli

    PS. La verifica su Plotino era legata al mio “pensiero 290”. Glielo propongo in questa versione forse provvisoria, a mo’ di scambio.
    «290. Si dice che gli affreschi delle chiese medievali e rinascimentali siano state un libro scritto per gli analfabeti. Il popolo accedeva così alla parola divina, con il commento occasionale di un cantastorie ecclesiastico. Altrove nel mediterraneo, tali rappresentazioni erano considerate sacrileghe. In questo, i musulmani furono eredi dei cristiani iconoclasti, e precursori dei cristiani protestanti: almeno tre fedi concordano sull’uso esclusivo della Parola scritta, raccolta in un Libro, con la P e la L maiuscole. Perché maiuscole? Mah… Forse da qualche parte esiste una setta che considera idolatria non solo la riverenza assoluta ad una scultura o ad un dipinto, ma anche ad un libro, letto o recitato a memoria. Una setta di adoratori del Silenzio con la S maiuscola? “Sempre l’anima metaforizza”, diceva Plotino. Già… Per chi non va oltre le metafore, similitudini, immagini, paragoni e parabole, anche il silenzio può essere un idolo. »

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    1. drdedalo Post author

      Gent. Jean, grazie per il commento. Nelle prime due cronache, quelle in cui parlo di labirinto come metafora della psiche, troverà probabilmente la risposta alle sue perplessità sul nickname che ho scelto. Interessante la sua riflessione sull’iconoclastia e sull’inutilità di insistere in una censura delle immagini. Se accettassimo che di metafore non si può fare a meno lasceremmo che la psiche immagini ciò che vuole e rappresenti come le pare ciò che sente. Ma naturalmente è un lungo discorso.
      Un caro saluto anche da parte mia,
      Mauro

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