Identità e violenza

Elisa Di Francisca

Elisa Di Francisca

Non essere inospitale con gli stranieri
potrebbero essere angeli mascherati”
William Shakespeare

A volte partendo dalla labile traccia di un tweet scopro intere matasse di stupidità che, forse con un po’ di masochismo, dipano per vedere fino a dove ci si possa spingere.

Fra i vari bandoli che mi sono capitati negli ultimi giorni, fra cicciottelle e direttori licenziati o discussioni sulla pericolosità dei vaccini, uno che ho seguito è quello sulle critiche a Elisa Di Francisca: la fiorettista Italiana che, sul podio per ritirare per la medaglia d’argento, ha deciso di sventolare la bandiera dell’Unione Europea per “dare il messaggio che l’Europa esiste ed è unita contro il terrorismo”.

Ho scoperto così che quello che a molti era sembrato un gesto significativo e un’espressione coraggiosa contro la violenza e a favore del buon senso è, per altri, un atto di tradimento, una dimostrazione di ipocrisia, un voltafaccia nei confronti della patria…

Nel seguire la lista dei commenti sono finito in strani labirinti in cui c’è gente che crede di appartenere ad una cerchia molto ristretta di eletti: un gruppo di pochi rappresentanti della vera umanità , un noi-contro-loro in cui il noi è definito dal gesto di esclusione di… tutti gli altri.

Questa cerchia in verità non crea un confine preciso. Nel caso specifico l’attacco era contro l’idea di Europa o, meglio, il contrattacco era verso il gesto della Di Francisca che, mettendo in primo piano l’Europa, “escludeva/offendeva” l’Italia. Ma su argomenti diversi le stesse persone stringono il territorio e difendono il nord dal sud, la famiglia dall’anarchia gender, i nostri bambini dai loro, ecc.

La definizione diventa sempre più stretta e più violenta, sempre più escludente, come se il bisogno sottostante fosse quello di continuare a chiudere per salvare qualcosa di sempre più piccolo e facendolo con sempre più veemenza perché lo spazio percepito è sempre minore.

Ma è proprio la violenza che stringe lo spazio.

Diceva J.Krishnamurti: “Quando ti definisci Indiano, Musulmano, Cristiano o Europeo, o qualsiasi altra cosa, Tu diventi violento. Ci arrivi da solo al perché? Perché tu ti stai separando dal resto dell’umanità. Quando ti definisci in base a un credo, cultura, nazionalità, tradizione, questa azione traspira violenza. Così un uomo che cerca di capire la violenza, non dovrebbe appartenere a nessuna nazione, religione, schieramento politico o parte di un sistema; egli dovrebbe comprendere che è parte del totale dell’umanità.”

Definirsi è separarsi e, di per sé, non c’è niente di male nel farlo: è il modo per sfuggire all’indistinto, è la naturale conseguenza di ogni svezzamento ed è una necessità per chiunque voglia possedere un’identità che lo allontani dal caos. Ma se non è contro bilanciata questa definizione/separazione porta ad un rigidità estrema che minaccia la coesione dell’io tanto quanto il caos.

Comprendere la violenza significa riflettere sui limiti: quanto definirmi mi separa da tutto il resto? Quanto uccide la relazione e, soprattutto, quanto mi costa? Quanto lo stringere il cerchio mi rende più pauroso, più chiuso dentro e più violento?

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad essere in base all’appartenenza, ad identificarci con la famiglia, il gruppo, il paese ed è per questo che il punto di vista proposto da Krishnamurti è quasi impossibile da sostenere, una medicina troppo amara.

Da sempre apparteniamo e l’idea è che, appartenendo, abbiamo più chance di essere liberi.

Ma se il rischio è quello di avere “la libertà di essere tutti sovrani dentro ai nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (DFW) forse vale la pena di provarla, la cura.

Contro la generalizzazione

Viviamo in un’epoca in cui i modelli
tendono ad essere mediocri in modo che
la loro raggiungibilità sia comoda”
Tony Servillo

Negli ultimi giorni avrò sentito almeno dieci volte appioppare la diagnosi di depressione all’attentatore di Monaco. E’ probabile che un giornalista abbia cominciato a riferire di una qualche cura che, in passato, il diciottenne-omicida-suicida, aveva ricevuto; può essere che frugando superficialmente nella sua vita si sia venuti a sapere che stava prendendo psicofarmaci ed ecco la deduzione più semplice, la prima etichetta preconfezionata: provava un disagio, era oggetto di bullismo da parte dei coetanei, si è depresso e ne ha ammazzati una decina.

Sembra la seconda spiegazione più facile dopo radicalizzato che sta per “reso più o meno velocemente un potenziale/effettivo assassino”.

Ma tutt’al più un depresso si suicida. Molto spesso si lamenta molto e fatica a portare avanti un’esistenza resa difficile dal rallentamento motorio, dalla perdita di senso, dall’umore nero, dall’insonnia o dall’ipersonnia, ecc.

Lo so che la questione sembra irrilevante e che, comunque, nove persone sono state uccise e che il killer fosse depresso o psicopatico sembra non aggiungere o togliere nulla alla tragedia.

Ma invece è una questione di principio: visto che sono (e forse mi sono) relegato nella posizione dell’osservatore credo di dover almeno rifiutare la lente che mi viene proposta se la trovo sfocata, distorcente, fuorviante. Continua a leggere

Sull’autostima: una critica

Peanuts

Peanuts

La felicità della tua vita
dipende dalla qualità dei tuoi pensieri”
Marco Aurelio

“Era la pubblicità ambulante dell’educazione ultimo modello che aveva ricevuto: hai il permesso di chiedere quello che vuoi! Non importa se non sei bella, puoi chiedere lo stesso! Il mondo accetterà con gioia quello che hai da offrire, se sarai abbastanza sfrontata da offrirlo! A suo modo, era faticosa […] si chiese se anche lui, a diciott’anni, fosse stato così faticoso, oppure se, come gli sembrava adesso, la sua rabbia contro il mondo – la sua percezione del mondo come un avversario ostile, degno della sua rabbia – non lo avesse reso più interessante di quei giovani paradigmi di autostima.” (Franzen, Libertà 2010).

Un paradigma è, secondo l’etimologia, qualcosa che mostra chiaramente, una sorta di segnavia che determina comportamenti, modelli interpretativi, mode. Attenendoci ad un paradigma leggiamo in un certo modo il mondo e le relazioni. Nella frase di cui sopra Franzen evidenzia due modi di vedere: quello “nuovo” di una diciottenne e quello più datato di un uomo che si interroga sulla differenza fra il bilancino dell’autostima e la spada dello schierarsi.

Visto il titolo della bacheca avrete capito la mia posizione!

Il vero problema con l’autostima è che il termine stesso è in sé un ossimoro visto che, per stimarsi, per esprimere un giudizio su se stessi e stabilire quanto si vale occorre prendere a prestito un modello, avere un termine di confronto, mettere qualcosa su uno dei piatti della bilancia e, poi, mettersi sull’altro. Occorre compiere una manovra che ci faccia uscire vincitori. Una cosa tipo: “d’accordo valgo quanto e probabilmente di più di x e posso sentirmi bene, non ho motivo di dubitare di me e della mia capacità di farcela” o, nella versione più moderna: “non ho bisogno di pesarmi, vado bene (mi hanno assicurato che vado bene) e devo solo chiedere o trovare il modo giusto di chiedere”.

Insomma, il suffisso “auto” del termine autostima è una bugia, un’invenzione che moltiplica all’infinito il numero delle pesate o le riduce a zero garantendo un peso iniziale del soggetto stimato che lo rende comunque idoneo.

L’autostima suggerisce una soluzione: tu-vali-e-quindi-hai-diritto.

Lo schierarsi propone un problema: sei-davanti-a-questa-matassa-e-ti tocca-sbrogliarla.

Non ho mai visto un paziente estrarre energia dalla prima affermazione mentre ne ho visti parecchi che, trovando un degno avversario, hanno cominciato ad appassionarsi al problema e a raccogliere le forze. La “capacità di lavorare” che Freud citava come la prima caratteristica di una persona sana non nasce dalla convinzione di avere in mano la chiave: l’eureka di chi è arrivato alla soluzione viene alla fine di un processo e solo dopo un lavoro, dopo una lotta contro l’avversario e un’applicazione al problema (e, spesso, quando si arriva alla soluzione, ci si accorge di tutto il lavoro che la nuova visione implica).

Un avversario degno della rabbia, dell’impegno e della passione è ciò che, quindi, va cercato.

So bene che c’è un rischio in questa visione. Sembra che una quantità di fanatici non faccia altro che cercare un nemico contro cui combattere e forse il suffisso, il solipsistico “auto”, deriva proprio dalla constatazione che tante “lotte” non siano che un pretesto per dimenticarsi di sé e scagliarsi contro… qualcosa là fuori.

Ma basta osservare attentamente per accorgersi di quanto, nel fanatismo, “l’autostima” sia sempre all’opera: il fanatico non è mai appassionato ad un problema, è sempre pronto ad applicare LA soluzione e, soprattutto, non riflette mai sul termine degno avversario!

Non compie, insomma, quel gesto che permette di guardare prima di agire. Verso chi sto dirigendo il mio sforzo? A cosa applico la mia psiche? Cosa merita lavoro e passione?

Intolleranza

Sono un uomo: nulla di ciò che
è umano mi è estraneo, io dico”
Terenzio

La frase dell’incipit, scritta nel primo secolo avanti Cristo, è tratta dalla commedia intitolata Heautontimorùmenos: il punitore di se stesso. E’ pronunciata da un certo Creméte, vicino di casa del protagonista Menedmo. Quest’ultimo ha deciso di punirsi per una cattiva azione che ha commesso e il primo pronuncia la frase per spiegargli la solidarietà con cui lo ascolta nonostante lo conosca da poco. Nel corso dei secoli spesso è stata usata, più o meno a sproposito, come esempio di quanto un essere umano possa, se solo si sforza un po’, mettersi nei panni di un suo simile.

Se niente di ciò che è umano mi è estraneo potrò capire comportamenti, giustificare azioni, comprendere punti di vista e scelte. Sarò in grado di tollerare prese di posizione diverse dalle mie ma che comunque, in quanto essere umano, conosco o posso immaginare.

E’ da quest’ottica che deriva il concetto di Humanitas: l’antica virtù che presuppone una concezione etica basata sull’idea che gli esseri umani possano avere gli uni nei confronti degli altri un atteggiamento benevolo che prescinda dalle distinzioni etniche, sessuali, sociali.

Con fraternità si intende, laicamente, non il fatto che siamo tutti figli dello stesso padre, quanto che, siccome siamo tutti umani, nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può ergersi a giudice di altri visto che, nella sostanza, non è così diverso e nei fatti non può dirsi estraneo.

Non è facile, tuttavia, sentirsi simili al tizio che qualche giorno fa ad Orlando ha ammazzato 49 persone. Si fa fatica a immaginare che lui abbia fatto lo sforzo di comprendere le sue vittime e viene voglia di condannarlo e basta: è come se lui stesso si fosse già reso estraneo e viene spontaneo mettersi con (quasi) tutti gli altri esseri umani e giudicarlo un folle o un irrecuperabile fanatico. Continua a leggere

Forme Vitali: un’amplificazione

“Saremmo veramente poveri se fossimo solamente sani”
D.Winnicott

“Forme Vitali e… ciò in cui sono immerse” è un mio post di tre anni fa. Rileggendolo mi sono accorto di quanto per me l’idea di Forma Vitale sia un concetto in continua evoluzione.

Allora scrivevo: “Le forme vitali sono modi in cui possiamo modulare la nostra vitalità, stati di attivazione del corpo-mente, stili di nuoto, di cammino, di eloquio, di sintonizzazione con l’altro… modi in cui determino il mio avvicinarmi o tenermi a debita distanza, andarmene, fingere di essere lì, stare e non stare… centinaia di possibili combinazioni del mio sentire, agire, interagire… Il senso di vitalità permea tutta la nostra esperienza: possiamo svolgere un’azione o una serie di azioni in molti “modi soggettivi” diversi: possiamo sentirci fiacchi, pieni di forza, forzati, reticenti, distaccati… mentre compiamo ‘lo stesso gesto’ ”.

Questi modi di essere riverberano nell’ambiente e lo influenzano determinando, in parte, l’habitat che, a sua volta, ci influenza.

C’è, insomma, una ricorsività: un giro di feed-back fra l’individuo e il mondo in cui non si sa chi viene prima, chi compie il primo passo nella direzione del cambiamento, chi “scaglia la prima pietra”.

Quando Daniel Stern parlava di forme vitali si riferiva ad uno specifico modo di porsi con il corpo e nel corpo, raccontava di intensità dei gesti e di percezione soggettiva: quanta forza sento che sto mettendo in questa azione, in questo scambio con il mondo. Diceva, nel suo libro, che l’uso di questo modo di osservare l’uomo poteva aiutare il terapeuta a cogliere l’aspetto energetico, la valenza soggettiva dell’azione che, altrimenti, per chi guarda dal di fuori, può andare perduta.

Con me (e immagino con molti altri terapeuti) sfondava una porta aperta: spesso io ascolto più l’intensità con cui una cosa viene detta che il contenuto del messaggio; sono interessato all’emozione e all’affetto, al tono e al volume, alla densità con cui la comunicazione permea la relazione. Poi viene il significato semantico, ciò che le parole vorrebbero dire e che i gesti, la postura, il timbro, il ritmo, l’enfasi hanno veicolato e ampiamente/sinteticamente espresso. Continua a leggere

Risonanza limbica

Dove tu sei, là c’è un posto”
R. M. Rilke

Risonanza limbica è un termine usato raramente in psicologia. Normalmente si preferisce parlare di risonanza empatica o emozionale per definire quella capacità che gli individui (non tutti) sviluppano e che permette loro di mettersi nei panni dell’altro e sentire/intuire ciò che sente.

Anch’io di solito opto per il sostantivo empatia e, con quello, intendo l’atto con cui ci si sintonizza con le emozioni e con il sentire di qualcuno per con-fondersi un po’ con lui, per provare ciò che prova ed approssimare il suo modo di emozionarsi.

Mettere l’accento su “limbico” è un modo per evocare il luogo in cui i processi dell’empatia principalmente avvengono: il sistema limbico, quella parte profonda del cervello che, a spanne e per i nostri scopi circoscritti a questo post, possiamo dire che risponde al mondo distillando le percezioni e aggiungendo una tonalità emotiva, una sorta di risposta preventiva: un primo “mi è affine-lo prendo/che brutto-non lo voglio”.

E’ anche molte altre cose e vi basta andare su Wikipedia per avere un assaggio delle parti che lo compongono e delle svariate funzioni che vi si svolgono anche ora mentre leggete.

Qui mi interessa partire dall’idea di “posto”. Limbico deriva da limbo che in latino significa lembo, margine e che, in origine, era letteralmente un luogo di confine: un posto poco definito ai bordi dell’inferno né brutto né bello, qualcosa come una sala d’attesa in cui si aspetta stando sospesi.

Il confine è una terra di nessuno e se non lo si passa, se si sta troppo a lungo sul bordo, si smette di essere qualcuno/qualcosa di ben definito.

E’ una strana condizione con i suoi pro e i suoi contro. Continua a leggere

Sul silenzio: sintonizzazione

Silenzio

La prima domanda che dobbiamo porci è perché mai
la natura abbia stabilito che i bambini piccoli non parlino
e non comprendano il linguaggio nel primo anno di vita.
La nostra risposta è che i bambini hanno fin troppo da imparare
sui processi e sulle strutture fondamentali degli scambi interpersonali”
Daniel N. Stern

Qualche giorno fa su un libro di J. Goldestein intitolato Mindfulness ho letto un aneddoto su Teresa di Calcutta: “Una volta chiesero a madre Teresa cosa dicesse a Dio quando pregava. ‘Non dico nulla’, rispose. ‘Semplicemente ascolto’. L’intervistatore volle, allora, sapere cosa le dicesse Dio. ‘Non dice nulla’ replicò madre Teresa, ‘Semplicemente ascolta; e se non lo capisce, non saprei come spiegarglielo’.”

Credo sia una risposta sintetica, bella e, al contempo, molto dura. Prima parla degli effetti di una perfetta sintonizzazione: quella che va oltre le parole e che elimina le richieste perché ottiene una vicinanza e un’affinità che non hanno bisogno d’altro; poi abbatte l’intervistatore con una sorta di aut-aut: o capisci questo o non puoi capire!

E’ anche un’esortazione, tuttavia: una sorta di invito a stare in ascolto, un’apologia del silenzio. Come quella compiuta da quel maestro Giapponese che di fronte alla richiesta di un ammiratore occidentale che gli chiedeva di spiegargli quale fosse l’essenza dello zen disse: “Beviamoci prima un tè” cominciando poi a versarlo, non smettendo nemmeno quando la tazza era ormai colma, e rispondendo alle proteste dell’aspirante discepolo con un “Questa tazza è come la sua mente, troppo piena per sentire, troppo colma di domande e di risposte.”

Sono gesti che tentano di aggirare una posizione, cunei che provano a scalzare un atteggiamento per favorire “un vuoto”, per togliere qualcosa così che ci sia spazio per… altro.

A volte le parole e le spiegazioni lasciano intatto il terreno che vorrebbero dissodare. Occorre un’esperienza, la sperimentazione soggettiva di un’azione, di un gesto, di una sequenza, per rendere chiaro a chi vuol comprendere cosa sia un determinato evento, una particolare cosa!

La sintonizzazione è uno degli strumenti fondamentali dell’apprendimento. Tante delle cose importanti che abbiamo appreso: la nostra lingua madre, la capacità di interagire con gli altri e quella di modulare l’attenzione (mettere certi filtri per non essere distratti, applicare la curiosità ad un oggetto), le abbiamo apprese grazie ad essa. Un po’ era innata perché parte dell’armamentario di base dell’apprendista che ognuno di noi è stato; un po’ si è sviluppata grazie al suo uso su di noi di chi ci ha allevato: come dire che abbiamo appreso a sintonizzarci perché, prima, qualcun altro si è accordato con noi, ha ascoltato i nostri bisogni e ci è venuto incontro sui nostri desideri quasi prevedendoli.

L’abbiamo imparata estraendola dalle relazioni in cui c’era!

Come dicevo tempo fa: “La sintonizzazione è uno dei modi che abbiamo per rendere certi confini meno rigidi e per avvicinarci all’altro pur mantenendo e, potremmo dire, creando continuamente la nostra identità. Non è un’abilità particolare che si impara durante un corso universitario e che si riesce ad applicare quando si diventa genitori o psicoterapeuti.”

E’, insomma, più una dote da apprendisti che un acquisizione dell’età adulta. Qualcosa che non va imparato di nuovo ma, piuttosto, ricordato.

E, spesso, è sepolta sotto a un cumulo di opinioni o nascosta dietro ad un’identità irrigidita come se ciò che abbiamo imparato si fosse cristallizzato in una corazza da cui non riusciamo a separarci o come se le risposte che abbiamo trovato formassero un reticolo che non lascia spazio a… niente di nuovo.

Credo che la durezza di madre Teresa e la risposta paradossale del maestro Zen spingano proprio contro questa rigidità. Penso che puntino ad insegnare più il silenzio che la chiacchiera, più l’apertura che la presa di posizione.

Zombie: un rimedio

Maschera_bianca

Ma il bello viene quando le storie
sono messe una accanto all’altra”
G. Bateson

Il fisico e saggista austriaco Fritjof Capra in un libro del 1988 in cui riporta una serie di colloqui avvenuti fra lui e Gregory Bateson racconta che: “Poco tempo dopo che ci eravamo conosciuti Bateson disse scherzosamente ad un amico comune: Capra? Quell’uomo è pazzo! Pensa che siamo tutti elettroni.”

La frase dà lo spunto a Capra per riflettere sul pensiero sistemico che era uno dei pallini di Bateson e, probabilmente, una delle posizioni più fertili per chi voglia osservare gli esseri viventi.
Ragionare in termini sistemici significa tenere presente che: “La logica può essere usata in modi molto eleganti per descrivere sistemi lineari di causa ed effetto, ma quando delle sequenze lineari diventano circolari, come avviene nel mondo vivente, la loro descrizione in termini di logica genererà paradossi.”
Si può, quindi, osservare un organismo riducendolo alle sue componenti più piccole, si possono studiare reazioni chimiche e vie metaboliche, si può conoscere a menadito l’anatomia di un corpo e la risposta dell’organismo ad un farmaco ma, nel momento in cui si entra nell’ambito della soggettività, non appena si inizia a vedere l’individuo vivo e inserito in un sistema a cui reagisce e dai cui si aspetta delle risposte, ci si rende conto di quanto occorra allargare lo sguardo e lasciare che concetti come mente, poesia e sacro, entrino a far parte dell’equazione.

Certo, questo complica le cose! E’ più facile studiare un topo se sta fermo e si perde molto meno tempo se si isola un individuo dal gruppo e si testano le sue reazioni a certi stimoli in un ambiente controllato: si può dosare l’intensità dello stimolo e si possono escludere una quantità di interferenze che agiscono come rumore che disturba la qualità del segnale. Spesso conviene ridurre l’ambito di studio e osservare fenomeni isolati lasciando sullo sfondo astrazioni sull’anima, le credenze, i principi, ecc.

Senonché, facendolo, si rischia di fare l’errore che, scherzando, Bateson imputava a Capra. Si rischia, insomma, di partire con un topo vivo e di ritrovarsi con uno zombie, di credere di osservare una persona e di avere invece di fronte qualcuno a cui abbiamo tolto la vita per aggiungere… “logica”. E il guaio più grande è che spesso la logica che aggiungiamo non ha niente a che fare con il buon uso del pensiero. E’, piuttosto, la sovrapposizione di un ortodossia: l’applicazione di una chiave di lettura che, pur di confermarsi, sacrifica l’oggetto del proprio studio.

Se volete un esempio soggettivo provate a rievocare una volta in cui avete avuto a che fare con un medico scorbutico o con un burocrate intransigente. O se vi serve un’iperbole (ché è un modo per semplificare e capire “per eccesso”) pensate di essere nelle grinfie di Mengele o sotto la giurisdizione di uno dei giudici del Processo di Kafka.

Capita di essere ridotti ad oggetti di studio e capita di compiere la stessa azione su altri. Succede insomma di fare un gesto che è il contrario di ciò che fanno gli animisti: invece di attribuire un’anima ad oggetti inanimati, “ad oggetti vivi sono attribuiti caratteri morti”(Bion).

Il rimedio, naturalmente, non è un ritorno all’animismo! Non si tratta di smettere di usare il metodo scientifico né di rinunciare ad un riduzionismo che aggiunga chiarezza e rigore al pensiero.

Occorre, però, una manovra che tenga in vita l’oggetto di studio; un modo di mettersi che tenga conto della relazione e del soggetto. Bateson sosteneva che: “Riusciamo a dire che tipo di persona ci sta di fronte solo combinando l’osservazione delle sue abitudini comunicative con l’osservazione introspettiva di ciò che siamo noi stessi quando abbiamo a che fare con l’altro.” E’, insomma, innanzitutto un lavoro su noi stessi: non escludendoci, non arroccandoci nelle convinzioni e nella nostra particolare ortodossia, possiamo esporci all’altro e sentire cosa avviene al confine, al punto di incontro fra la nostra psiche e la sua.

Può risultare scomodo, complicato, perturbante. Ma ha un vantaggio: l’apprendimento che avviene in quella posizione comprende e sperimenta la piena presenza dell’altro.

Il tipo di relazione che ne nasce rende più vivi gli attori che partecipano al gioco e dà origine ad uno stato di coscienza in cui l’io passa in secondo piano per lasciar spazio a qualcosa di meno ingombrante.
Capita, su quella soglia, di sentire il sollievo di essere vivi.

 

“Salute mentale”

Vignetta di Leunig

Non è un segno di buona salute mentale
essere bene adattati a una società malata”
J. Krishnamurti

Si racconta che alla richiesta di definire la differenza fra salute e malattia mentale, Freud rispondesse che “una persona è sana quando è in grado di lavorare e quando riesce ad amare”.

La trovo una buona risposta perché non esclude il dolore e non definisce salute come assenza di sintomi ma mette l’accento su cosa l’individuo può fare.

Leggendo Freud ci si accorge di quanto le sue parole siano sempre ben pesate. Quando dice “lavoro” non sta parlando solo di compiere il proprio dovere: non si riferisce all’andare in ufficio o al passare otto ore “sul pezzo”. Intende anche quello ma, soprattutto… saper perseguire un obiettivo escludendo il resto, riuscire a concentrare la propria volontà nonostante la tentazione di perdersi in qualcos’altro, vincere l’inerzia che ci terrebbe fermi in uno stato “senza sforzo e senza dolore”. E quando dice “amore” non parla solo dell’innamoramento che è uno stato accessibile a chiunque sia soggetto al desiderio: sani e malati, giovani e vecchi, servi e padroni. Amore, in questo caso sta per cura intesa come capacità di persistere in quei comportamenti che favoriscono la vita e che promuovono l’indipendenza (una tendenza che ogni bambino possiede e che pochi adulti coltivano).

E sapeva bene, Freud, che la sanità non è uno stato ma un processo!

Non è qualcosa da raggiungere e conservare ma un percorso di approfondimento, una strada su cui stare e una scelta da ribadire.

L’analista della vignetta chiede se nel cambiamento che il paziente percepisce ci sia del dolore perché sa che il confine fra sanità e malattia mentale è tracciato con la coscienza di quanto per essere in buona salute sia importante non negare il male, non far finta di essere sani!

Ho seguito e seguo pazienti la cui sofferenza non è frutto di una depressione o di uno sbilanciamento nella chimica del cervello. Soffrono perché stanno cercando il loro modo di lavorare e di amare: sono alla ricerca di un adattamento che non li deturpi, di un modo di esserci che non li frantumi.

Affrontano un cambiamento difficile perché devono fare i conti sia con il mondo che con la loro sensibilità. Ne ho visti alcuni, più gravi, che hanno risolto il dilemma con una sorta di “callo”: una tossicodipendenza, un ritiro dal mondo, un rifugiarsi nel delirio e nella psicosi.

Non è che soffrano meno e non è che abbiano coscientemente deciso una strada piuttosto che un’altra. E’ solo che sono incappati in un modo per attutire il dolore, un rimedio che ha coperto tutto il resto.

Il rimedio, il callo, è un adattamento che invece di guardare il mondo lo sopporta e invece di cercare il cambiamento lo evita come una minaccia all’integrità o come un attentato al “benessere”.

La negazione del dolore che si compie con questa finta soluzione porta con sé una serie di effetti collaterali tra cui il più grave è la frammentazione: la perdita di integrità, di pienezza.

E’ per questo motivo che chi fa il mio lavoro ha il compito di puntare non tanto all’attenuazione del dolore quanto al recupero di senso e alla riabilitazione della capacità di lavorare e amare.

Più queste facoltà riemergono più il dolore va sullo sfondo: non se ne va ma può essere descritto. E diventa diverso: più serio e meno importante, contenuto, sano! Anche il lamento scompare e fa posto alle parole per dirlo.

Attacchi al legame: le custodi del mondo

Facile da vivere la vita
di colui che è senza vergogna,
impudente come la cornacchia”
Dhammapada

Dicevo, nell’ultimo post, che avrei spiegato un passaggio in cui affermo che ci sono persone così sicure della giustezza dei loro legami che trovano naturale attaccare quei rapporti che non assomigliano a quello che, secondo loro, è il modo naturale di amare, prendersi cura, stare insieme. Sostengo in particolare che: “Non notano le somiglianze perché sono immemori e lo sono perché odiano”.

E’ un punto fondamentale e ci tengo a parlarne perché, al di là dell’indignazione con cui mi capita a volte di commentare quelli che considero atteggiamenti poco civili e distruttivi, il virgolettato di cui sopra tratta un argomento cruciale per le relazioni e per la sanità mentale in generale.

La capacità di notare somiglianze è la colonna senza la quale il complesso sistema che ci permette di essere empatici crollerebbe. L’empatia intesa come capacità di sentire insieme all’altro e di provare ciò che lui prova è una funzione senza la quale ogni convivenza sarebbe impossibile. Anche il semplice fare branco ha bisogno della facoltà di riconoscere somiglianze e differenze e non c’è legame in cui non venga, innanzitutto, considerata l’affinità: il desiderio di stare vicini a chi ci assomiglia.

Detto questo… devo spiegare perché a volte mi definisco un discreto sostenitore dell’odio: dicevo nel post a cui vi rimando che senza un po’ di odio non ci svincoleremmo mai da certi legami e in altri articoli ho propugnato il principio in base al quale un terapeuta dovrebbe essere senza memoria e senza desiderio: più interessato a conoscere che a sedurre, più attento a ciò che accade qui e ora che innamorato di ciò che si era costruito nelle sedute precedenti. Empatico, sì, ma fino ad un certo punto! Continua a leggere